Tutto quel primo giorno di adempimento dei patti, Daniele non rimase che pochi momenti da solo col cadavere del Baronetto. Quasi tutti gli abitanti di Manheim si recavano a Schoene Aussicht e dimandavano il permesso di entrare nella camera verde. Daniele, in qualità di esecutore testamentario, era ormai la sola volontà che dominasse a Schoene Aussicht: egli però permise agli abitanti di Manheim di trarsi la curiosità di vedere il morto in funzione, siccome nel paese diceasi. Il fatto è che quegli abitanti guardavano con più sorpresa il giovine italiano che il cadavere del Baronetto. Non si tosto Daniele entrava nella camera verde, un bisbiglio si levava, e tutti gli occhi eran volti verso di lui. «Ecco, ecco, il CUSTODE DELLA MORTE,» si sentiva susurrare con mistero e paura. Daniele fu costretto di proibire l'ingresso a tutti i curiosi; e questo fu peggio per lui, perchè così era lasciato solo nella camera verde. E questa solitudine diventò orribile allora che le tenebre caddero sulla terra. La camera verde era rischiarata da un gran globo d'alabastro, che spandeva in quella stanza una luce vaporosa e fantastica. Entrando ivi di sera, Daniele gittò un'occhiata sul Baronetto, ed un brivido gli corse per le ossa. L'illusione era completa!

A malgrado dell'estrema ripugnanza che egli sentiva a guardare il cadavere in sul volto, Daniele rimase lunga pezza a contemplarlo. Parea che quegli occhi, renduti immobili per morte, si drizzassero a lui con orrenda espressione... Strani fantasmi, stranissime larve si aggiravano in quei momenti per la fantasia dello sciagurato giovine. Tra le altre cose, un continuo buccinamento gli stava nelle orecchie: sentiva sempre la voce del Baronetto, che gli ripeteva con sarcasmo le parole che gli disse non appena fu conchiuso il funesto contratto: D'ora in poi io vi considero qual figlio mio!... Indi ricordava quello che il Baronetto gli disse innanzi di conchiudere il contratto: Io vi sarò debitore d'una eterna obbligazione!

«Eterna! eterna! — I capelli si alzavano sul capo di Daniele;... i suoi occhi si affissavano con indicibile espressione sul sembiante di suo padre...

«Dov'è al presente la tua anima, o padre mio, pensava lo sciagurato immobile sul cadavere,.. perduta forse! ETERNAMENTE PERDUTA!... e per mia cagione! Ed io l'ho spinta all'eterna perdizione! O padre mio, tu riposavi con tanta placidezza allora che l'infame mio braccio ti aprì in un baleno l'eternità!»

Daniele non piangeva; ma una lagrima secca e disperata, una lagrima di fuoco si era fermata nel mezzo della sua vitrea pupilla, e la camera verde gli sembrò dipinta a rosso; e gli parve che le braccia di suo padre si muovessero per dimandargli soccorso. Allora ei si trovò sulle labbra certe parole antiche, che gli avevano insegnate quando era bambino... Daniele compitò macchinalmente una prece.

Le nove della sera battevano all'orologio. Il cameriere inglese si allacciò in sull'uscio della camera verde e disse a Daniele:

— Signor de' Rimini, è l'ora del tè.

Daniele fu scosso come da uno stimolo elettrico: con faccia stupida chiese al cameriere che cosa bramava, il cameriere ripetè la formola.

Era convenuto che ogni azione di Daniele, relativa alle condizioni del testamento, doveva esser fatta alla presenza del cameriere inglese e di due altri testimonii, i quali firmavano ogni sera il verbale della giornata. E questo, per attestare, alla fine dei nove mesi l'adempimento degli obblighi imposti all'erede. Daniele tornò in se ebbe rossore di sè medesimo, pensò ad Emma e al Duca di Gonzalvo, riprese coraggio, si alzò e si dispose a porgere il tè al Baronetto.

«Ogni sera, dopo l'ora del tè, il signor Daniele de' Rimini suonerà, alla presenza del mio cadavere, un pezzo a piano-forte e canterà un'aria di sua scelta.»