L'Africano possedeva uno sguardo morale, acuto e penetrante al pari del suo sguardo fisico. Ratto come il baleno, il suo pensiero corse a Daniele, e indovinò in questi l'autore della improvvisa e arcana morte del Baronetto. Maurizio sapea quali tristi passioni albergassero nel cuor del giovine pianista, e come l'avidità dell'oro spegnesse in lui ogni altro buon sentimento; sapea che questi avea promesso di ritornar milionario dopo due anni per impalmare Emma di Gonzalvo; e fin dal momento che il Baronetto gli scrisse di aver conchiuso col pianista quella specie di funesto contratto di morte, Maurizio temè gli agguati di Daniele, tanto che si affrettò di scrivere a Edmondo la lettera che questi ricevè poche ore prima di miseramente morire. Ricordiamo il seguente passo di questa lettera:

«Questo importante segreto è ora nelle vostre mani, signor Baronetto: a voi lo rivelo, e non a lui; fate quello che credete, non ispetta a me darvi consigli. Soltanto non posso celarvi che fareste bene a discoprirvi al figliuol vostro e dare sfogo al vostro amor paterno: non posso dirvi il perchè opino così

Maurizio opinava così perchè suspicava quello che appunto era avvenuto! Nello stesso giorno in cui Maurizio aveva letto la notizia della morte del Baronetto nei pubblici fogli, giunsegli una lettera dell'amministratore Americano che gli dava i tristi ragguagli di questa morte non meno che delle disposizioni testamentarie del defunto, della sua imbalsamazione, del cominciato adempimento delle condizioni di eredità; e soggiungeva in un postscriptum:

«Il Custode della morte sembrava essere stato vivamente colpito dalla improvvisa catastrofe del Conte: il suo cervello sembra averne patito.»

Ciò bastava per confermare i sospetti di Maurizio. Il rimorso era che sconcertava la ragione di Daniele. Maurizio rimase lunga pezza immerso nel più profondo dolore, ma ora egli aveva un dovere a compiere: volare a Schoene Aussicht, obbedire all'ultima volontà del Baronetto, trovar le orme del delitto, e vendicarlo. Lungamente egli pensò al come il perfido giovine avea potuto dar morte al Conte: pose a tortura il cervello per indovinare il modo che il Daniele avea tenuto per ischiudere impunemente una tomba: passò in rivista tutt'i veleni più segreti, e da ultimo il pensiero dell'Upas gli sfolgorò alla mente come luce improvvisa. Maurizio conosceva che il Baronetto conservava le foglie dell'Upas, però ch'egli stesso era stato testimone della morte de' due schiavi nell'isola di Giava, i quali avean perduta la vita nel togliere dall'albero omicida le fronde che dovean servire ad arricchire il piccolo museo di curiosità del milionario. All'infuora di questo, Edmondo avea letto le sue Memorie al suo amico Barkley, nelle quali eran notate le velenose qualità della pianta Bohon-Upas. Daniele dunque si era servito dell'Upas per uccidere Edmondo.

Maurizio era stupefatto di sorpresa, di dolore. In che modo Daniele avea potuto impossessarsi del veleno? Ecco il mistero che restava a schiarire. Il più importante a farsi era di volare a Manheim. Nessun obbligo il trattenea più a Napoli: era finita la sua missione presso il Duca di Gonzalvo... Maurizio si affrettò a recarsi colà dove il chiamava un tristo dovere. Egli dette in fretta un addio al Duca, ad Emma, che si mostraron addolorati pel suo allontanamento da Napoli: promise di ritornar presto; nulla rivelò della cagione della sua repentina partenza, e soltanto disse che dovea trasferirsi in Inghilterra per mettersi in possesso di una eredità.

Dopo dieci giorni Maurizio era a Schoene Aussicht: Egli arrivò al casino nelle ore vespertine: aveva il suo proponimento: non si fece vedere che al solo amministratore Americano, cui pregò di tener nascosto il suo arrivo a tutti, e particolarmente al giovine de' Rimini. Con ogni possibile cautela Maurizio entrò nello studio del Baronetto, e si diede a ricercare lo scritto in cui questi avea gittate le memorie della sua vita. La prima cosa che andò a trovare in quelle memorie si fu il viaggio di Edmondo nella Meganesia; il suo soggiorno nell'isola di Giava. La pagina che conteneva i ragguagli sull'albero Bohon-Upas era disparsa!

Non cadeva più dubbio! Maurizio pensò di fare in qualche modo confessare tacitamente il delitto allo stesso delinquente.

«Se Daniele è innocente, pensava l'amico di Edmondo, la parola Upas non debbe cagionargli alcuna commozione; al contrario, se egli è colpevole, siccome tutto il rivela, questa parola debbe di necessità produrre in lui sbigottimento e terrore.»

Pensato a questo, Maurizio aspettò il momento, in cui il giovine si fosse trovato al cospetto del cadavere della sua vittima. Terminato il pezzo di musica e l'aria cantata da Daniele, e allora che i servi testimoni si furono ritirati, Maurizio era destramente entrato nella camera verde, per mezzo dell'uscio della villetta. Favorito dalle ombre della sera e dalla preoccupazione del giovine, egli si era con ogni precauzione celato dietro la sedia a letto ove giaceva il cadavere. È da notarsi che la spalliera di questa sedia era situata quasi di contro all'uscio che metteva nella villetta, così ch'era difficile di scorgere il personaggio ch'era entrato, e che rimaneva a tal modo nascosto agli occhi del giovine. Alle grida di profondissimo terrore che Daniele avea messe, Maurizio si accertò della realtà del delitto, e la sua bell'anima ne fu lacerata.