Era l'anno 1809, e per le nostre contrade tempi di politiche sciagure. Le Calabrie, messe qualche anno addietro in istato di guerra, erano tuttavia il teatro di frequenti deplorabili fatti. Juanita lucrava il sostentamento suo e del figliuoletto, dandosi a' lavori più umili. Ella abitava una casipola posta a piè d'una montagnuola. Ne' primi giorni di quell'anno 1809, la misera fu colta dal vajuolo. Chi può narrare le angosce di quel cuore di madre che vedea mancare il pane al figlio, e non potea procacciargliene, affranta com'era dal male, abbandonata da tutti e pel timore del contagio ond'eran presi i vicini abitanti, e pei tempi che si erano rotti piovosissimi e tetri. Un giorno, la derelitta non potendo più resistere al pianto del fanciullo che chiedeva del pane, il mandò con un suo biglietto a una donna che dimorava poco distante, e ch'era di compassionevol cuore; pregandola di aver pietà dell'innocente fanciullo e dargli qualche moneta, ch'ella le avrebbe immancabilmente restituita non appena rimessa in salute. Quel fanciullino era così bello, così gentile, così nobil di volto! il piccolo messaggiere partì non senza aver ricevuto dalla sventurata madre un milione di baci e di raccomandazioni. Si trattava di attraversare una strada non più lunga di un quarto di miglio. La madre aspettava con grande e perplessa ansietà..... Daniele più non tornò! Il fanciullo era stato rapito da alcuni facinorosi e condotto in altra provincia delle Calabrie. Lasciamo immaginare a' nostri lettori la disperazione dell'infelice madre e tutto ciò che fece per trovare le orme dello smarrito figliuolo. Tutto fu inutile!
Giunse una mattina alle orecchie della sventurata che un fanciullo era stato trovato estinto in un vicino bosco. Colma era la tazza della sventura! Juanita perdè la ragione! La mattina del 25 gennaio di quell'anno 1809, il cadavere d'una donna fu visto galleggiare sulle acque del fiume Basento. La notte precedente, Juanita vi si era gittata. Inesplicabili decreti di Dio! In quella medesima notte, Giacomo Fritzheim, reduce da un piccol viaggio fatto nell'interno del reame per commissione, ed avendo smarrito il cammino, s'imbatteva, in una selva della Sila, nel fanciullino, e seco il menava a Napoli, dopo aver fatto le debite dichiarazioni alle autorità del paese. Il figlio era trovato, ma troppo tardi! Daniele, di peso e d'incomodo a' suoi rapitori, era stato da essi abbandonato nelle boscaglie della Sila.
Molti anni dopo la morte di Juanita, tutta la sua tristissima storia fu nota al Baronetto Edmondo, origine di tante miserie e sciagure. E quando, credendo di fare ammenda delle sue colpe, volle pensare al sostentamento de' propri figli, Maurizio Barkley, incaricato di questo pietoso uffizio, non ebbe bisogno che di prendere da' registri municipali i connotati lasciativi dalla deposizione di Giacomo Fritzheim, per porsi sulle tracce del figliuolo di Edmondo.
Il Duca di Gonzalvo seppe la crudel tragedia della sorella, ed ebbe un gran pentimento della inflessibile durezza del proprio carattere. Egli era frattanto tornato nel 1815 a Siviglia, investito novellamente del suo pristino potere e dell'alta carica che dinanzi vi occupava. Gli avvenimenti politici del 1820 il toglievan d'ufficio, dacchè egli era accusato di troppo attaccamento all'antica forma del governo della Spagna. Il Duca di Gonzalvo, già padre della bella Emma, nel cui amore egli era felice, traeva con la sua famiglia a soggiornare in Napoli.
Questi rapidi cenni bastano a rannodare con lucidezza gli avvenimenti che abbiam preso a narrare, ed al cui sviluppo ormai ci accostiamo.
II. IL RITORNO
Qualche tempo è scorso dagli avvenimenti che abbiamo narrati nella quinta parte di questo racconto.
Erano le dieci del mattino d'una rigida giornata d'inverno. Nel palazzo di S... a Toledo tutto annunziava che la notte durava ancora: chiusi i terrazzini e le finestre della camera da letto; i servi oziosi nelle sale; il silenzio nell'interno de' vasti appartamenti. Una elegantissima carrozza chiusa, al cui timone erano attaccati quattro superbi cavalli inglesi, si fermò dinanzi al portone del Palazzo S...
La cassetta di questa carrozza era difesa dalle ingiurie del verno da un ricchissimo copertone sul quale sedevano il cocchiere e un valletto, entrambi vestiti a nero con grandissima decenza. Al seggiolo del servitore stava sdraiato un gigante cacciatore dalla barba foltissima e colle solite armi proprie della sua carica. Arrivata la carrozza al portone, costui smontò dal suo seggiolo e si fece dappresso ai cristalli dello sportello per prendere i comandi del padrone. Intanto il portinaio del Palazzo S... veduto quella carrozza di gran signore fermarsi alla bocca del portone, stimò suo dovere inoltrarsi fin presso al montatoio del cocchio per sapere chi era il proprietario di que' magnifici quattro cavalli inglesi, e che si volesse. La tendina che copriva nell'interno lo sportello fu scostata alquanto, e una faccia pallidissima si mostrò dietro di essa. Poco stante, i cristalli furono abbassati, e una voce partì dalla carrozza per trasmettere un ordine. Il cacciatore chiese al guardaportone se il Duca di Gonzalvo era in casa. Dietro l'affermativa, il predellino fu abbassato, e un uomo venne fuora della carrozza ed entrò nel portone. Quell'uomo era Daniele.
Era impossibile di riconoscerlo. Un pallor plumbeo covriva le sue guance, il cui lividore maggiormente risaltava sulla barba nera che di presente gli chiudeva la faccia in ogni verso. La sclerotica degli occhi, da bianca, era divenuta affatto gialla, e due cerchi neri, come due ferri di cavallo, solcavangli l'altezza delle gote. Qualche cosa di stralunato e di infermiccio era nel suo sguardo incerto e sospettoso. Piuttosto che un giovine di venticinque anni, l'aria della sua persona ne dava a credere trentacinque o quaranta. I suoi lunghi capelli erano già bigi! il delitto avea gittato la prematura canizie su quel giovine capo: le sue spalle erano bastantemente ricurve. Daniele avea puntualmente adempito ai patti della eredità del Baronetto! i nove mesi di crudeli sofferenze fisiche e morali erano spirati. Non diremo nove mesi, ma nove anni eran passati pel figlio di Edmondo, contati colla febbrile impazienza di tutte le più veementi passioni, onde può essere agitato il cuore umano. Quei nove mesi erano stati una lunga e tormentosa tensione di tutte le facoltà dell'animo di quel giovine; la sua vita e la sua ragione erano state attaccate ad un sol filo: la passione dell'oro. Prima di conseguire l'eredità, il pensiero di Emma era secondario in lui; ma, dopo, la passione per l'Andalusa si alzò a prima potenza nel suo cuore.