Il Duca si era seduto, e sembrava lietissimo di rivedere il giovine pianista.
— Vi ringrazio davvero di esservi ricordato di noi, mio caro de' Rimini; eh, come si sta? Vi confesso che vi trovo molto cambiato, tanto che mi è stato malagevole di riconoscervi. Avete forse sofferto qualche malattia?
— Sì, signor Duca, molto ho sofferto, ho avuto malattie mortali; eppure il vivo desiderio di mantenere la mia promessa verso di voi me le ha fatto superare... Oh! io temeva tanto di morire prima di questo giorno!
— Voi avete una promessa verso di me? dimandò il Duca maravigliato.
— Sì, signor Duca, siccome voi pure l'avete verso di me. Io non ho dimenticato la mia, ma veggo pur troppo che voi avete obliata la vostra.
Il nobile incominciava a comprendere; egli era estremamente sorpreso, ma non era sicuro della sanità della mente nel giovine, per maniera che il ragguardava con sospetto misto a dolore.
— Mi avveggo che non mi avete ancora compreso, signor Duca: cercherò di farmi comprendere meglio. Oggi, signor Duca, siamo a MERCOLEDÌ 17 DICEMBRE 1828.
— Or bene? chiese il nobile sempre più maravigliato.
— Or bene compiacetevi di gittare un'occhiata su questa carta.
Daniele trasse da un elegante portafogli un fogliettino di carta e il consegnò al Duca; il quale con indicibile sorpresa lesse: