Il riverbero della luna rischiarava quelle delicate fattezze e quegli occhi, il cui nero lucidissimo ora vie più spiccava su quel fondo sì bianco. Lucia in questo momento sembrò bellissima a Daniele, il quale, presala per mano, menolla in sul terrazzino, e stette alcun tempo in silenzio contemplandola.

Era nel centro del terrazzino un cesto di gelsomino che iva ravvolgendo le sue foglioline tra i bastoncelli della ringhiera, ed era tutto coperto di bianchi fiorellini che esalavano un profumo soave tanto che tutta la casa ne veniva imbalsamata.

— Prendi, amica mia, le disse Daniele spiccando uno di quei candidi fiorellini e dandoglielo, stasera tu rassembri davvero a questo fiore... Come sei bella! Oh, non dubitare, io non ti lascerò più; non sono io oggimai lo sposo tuo? Non mi appartieni tu forse?

Uno scroscio di risa fu udito in quel momento, Lucia arrossì tutta, e ratta s'involò dal terrazzino.

Uccello si era ficcato nell'ombra dietro alla pianticella del gelsomino; aveva udito le parole di Daniele, e nel suo ingenuo idiotismo avea riso.

Oh! quel riso era la più mordace ironia di quelle parole che non esalavano dal cuore del perfido giovine.

Daniele esclamò nel venir dentro alla camera!

— Maledetto idiota! Io lo detesto come il mio cattivo destino.

Il rantolo di Giacomo diveniva sempre più forte, più oppressivo; i suoi occhi a metà dischiusi erano iniettati di quell'umore livido, biancastro che annunzia l'ora estrema.

Padre Ambrogio avea ripreso, presso il moribondo, il tristo ufficio di assistente.