Un giorno, si scherzava alla mosca cieca. Furon tirate le sorti a chi dovea pel primo bendarsi gli occhi: toccò a Daniele: ciascuno, fuggendo, ruzzando, ridendo, il percuoteva con un fazzoletto, con uno sciugamano o con altro panno avvolto... Daniele si voltava e rivoltava per acchiappar qualcuno, ma tutti se la sbiettavano con garbo, sicchè l'impazienza e il dispetto cominciavano a dominare nel Contino, allora che sentissi applicata in sulle spalle una violenta percossa accompagnata da uno scoppio di risa universale: era stato Uccello che avea fatto il colpo, e poscia, per non essere afferrato, si era appiattato sotto un tavolino. Ma alle grida di viva Uccello, Daniele avea conosciuto chi lo aveva colpito sì fortemente, e pensando quegli averlo fatto per istizza o per malvagità, fu preso da tanta rabbia e da tanta sete di vendetta, che tra sè deliberò di avernelo a far pentire se gli venisse sotto.
Perchè, studiata ben la posizione e dissimulando il meglio che seppe, si pose freddamente a girar per la stanza, poi che con destro movimento ebbesi cacciato un poco più su degli occhi la benda che gli nascondeva i suoi avversari. Non andò guari, ch'essendo tornato in giuoco Uccello, fu preso di mira dal perfido Daniele, il quale, acchiappatolo tra le risa degli altri e tra le baie che si davano all'inesperto, lo stramazzò al suolo e con pugni e calci così fattamente il rendette malconcio che in copia usciva al miserello il sangue dal naso e dalla bocca. Il giuoco ebbe termine: Lucia e Marietta cercarono di occultare il misfatto, ma, accorsi alle strida Giacomo e la moglie, Giuseppe fu sollecito di narrar loro l'accaduto. Giacomo rimase stupefatto e addolorato di tanta malvagia indole del trovatello, e, per castigarlo, non gli fece per qualche tempo abiti nuovi, tremendo castigo per quell'indole vana e orgogliosa.
Daniele rimase così vulnerato della punizione inflittagli, che il suo carattere ne addivenne più cupo, e più duro il suo cuore. D'allora in poi più non rivolse la parola ad Uccello, pel quale se gli erano accresciuti l'antipatia e l'odio.
Intanto ei diveniva grandetto; era già arrivato al tredicesimo anno, allora che Giacomo, accortosi dell'estrema inclinazione e attitudine che il giovinetto appalesava per la musica, il pose a studiare quest'arte con un suo parente. Questi ebbe ben per tempo posto amore addosso al giovinetto, poi che scorto ebbe in lui un vero genio e rarissimo. La natura lo aveva chiamato alla musica. Stranezza incomprensibile! Quest'arte, che richiede sensibilità squisita, tempera di animo affettuosa e soave, era attecchita in un cuore mal formato e proclive alle più tristi passioni.
Gli elogi che il giovinetto Daniele riportava, dovunque facevasi udire a suonare il piano-forte, il suo contegno nobile e altero, quella sostenutezza di modi e di linguaggio, sì poco in armonia col suo stato e colla sua origine, ed anche quei suoi occhi malinconici ma espressivi e intelligenti, gittarono a poco a poco nel cuore di Lucia i germi di una passione che si fece gigante. Daniele si avvide prestissimo dell'amore di Lucia, e la sua vanità fu lusingata e soddisfatta: egli non le corrispose per amore, ma per compiacenza di sè medesimo per talento di tiranneggiare una creatura a lui sottoposta, per desiderio di dominio. E s'infinse così bene, e simulò tanto la passione, che l'innocente donzella il credette innamorato morto, siccome il credette Giacomo in appresso.
Lucia era tutt'altra; la sua adolescenza e il suo amore l'aveano trasformata: di quindici in sedici anni essa era sì malinconica, sì appassionata e sensitiva, che il padre, avveggendosi esser cagione di tanta malinconia la passione che già la struggeva, stimò conveniente di allontanare Daniele dalla famiglia. Oltracciò, morta la cara sua moglie, chi poteva oggimai guardar l'innocenza di Lucia? Onde estimò necessario di rimuovere ogni cagione, e partirsi dal giovinetto, il quale, dal canto suo, mal sembrava portare la dimora dello stradiere, essendosegli accresciuti nell'animo la vanità e il desiderio di esser distinto.
Giacomo iva da qualche tempo pensando al modo come provvedere all'esistenza di Daniele, allora che lo avrebbe allontanato dalla sua famiglia, quando uno strano avvenimento venne a troncare ogni dubbiezza ed ogni imbarazzo. Un bel mattino, si presentò in casa di Fritzheim un giovine di bell'aspetto e di belle maniere, decentemente vestito, il quale con accento straniero ma in buono italiano, dimandò di parlare al padrone della casa.
— Siete voi il Signor Giacomo Fritzheim? chiese poscia che questi se gli fu presentato.
— Per lo appunto, rispose lo stradiere, a che posso servirla?
— Non avete voi, molti anni fa, raccolto nel bosco della Sila un fanciullo che ivi era abbandonato e moriente?