Daniele, oggimai libero di sè medesimo, indipendente, e padrone di una somma che per lui era un principio di fortuna, tolse in fitto dapprima un quartierotto alla strada Foria. In sulle prime ei tenne la sua parola, recandosi ogni giorno in casa di Giacomo; ma ogni dì crescea pure la sua vanità e il suo desiderio ardentissimo di divenir ricco; onde, ogni altra passione, ogni altro suo pensiero taceva nel suo animo sotto l'impero di quella sola dominante. Tuttochè l'incognito straniero non avesse giammai mancato di portare egli stesso, in ogni fine di mese, la polizza di ducati cinquanta al nostro Daniele, questi spendea più che non comportassero le sue facoltà, epperò non bastandogli quella somma mensuale ei si era dato alle lezioni di musica, le quali in gran numero e di nobili famiglie i suoi amici procacciavangli.
Non tralasciamo di dire che il primo uso fatto da Daniele de' duemila ducati venutigli dal cielo, fu di ammobigliare con eleganza la sua casa e di comprare un cavallo: il tenere un cavallo era stato sempre uno dei sogni della sua vita. Guari non andò e il giovin bellimbusto incominciò a trovar noioso e plebeo l'amore di Lucia, tanto che per avere un plausibile pretesto di porre qualche intervallo tra le sue visite, deliberò andarsene a dimorare alla riviera di Chiaia, anche perchè è questa la contrada ove maggiormente bazzica ed abita la nobiltà napolitana e massime gli stranieri. Questa ferita fu anche asprissima al cuor della misera figliuola di Giacomo, che pur sempre cotanto amava quell'ingrato: ma ella, buona siccom'era e indulgente e amorevole, si persuase che la sola necessità di meglio provvedere a' bisogni della vita avesse indotto Daniele ad allontanarsi tanto da lei. Ciò nulla manco, Daniele non lasciava mai passar due giorni di seguito senza tornare a S. Maria degli Angeli alle Croci: e questo confortava la miserella a sperare, tanto più ch'egli avea già promesso al padre d'impalmarla non sì tosto meglio si fosse dato a conoscere nella Capitale. E quando gli facea qualche premura di affrettarsi a sposare l'onesta e cara giovinetta, egli adduceva or la troppo giovanile sua età, ora i suoi studi che non gli permettevano pensare ad altro pel momento, or s'appigliava al partito di procrastinar sempre sotto l'un pretesto o l'altro.
E ciò durava da varii anni, quando a troncare ogni dubbiezza, a infrangere ogni proponimento, ad allontanare per sempre il cuor di Daniele dalla famiglia Fritzheim, avvenne il caso della presentazione di lui qual maestro di piano-forte della nobile giovinetta spagnuola Emma, figliuola del duca di Gonzalvo.
Qui ci fermiamo, bastandoci il già detto. Nel prosieguo di questa storia verremo allargandoci sul carattere di Emma, sulla parte e sulla influenza funesta che questa donna si ebbe su gli avvenimenti che narriamo.
V. IL CUORE DI UN PRETE
Daniele adunque abitava alla Riviera di Chiaia.
Il suo quartiere, composto di poche stanze, ma tutte con eleganza addobbate, guardava, per un lungo terrazzo, sulla villa Reale. Due erano le principali stanze del nostro celibe maestro di musica, il salottino da conversazione e lo studio, vale a dire lo stanzino dov'egli solea dar lezioni di piano-forte. Queste due stanze erano contigue e strette l'una all'altra sicchè era mestieri passar pel salottino per entrare nello studio. L'addobbamento di queste due stanze avea qualche cosa di troppo splendido pel modesto stato di maestro di musica, e dava subitamente a divedere nel padron di casa quella smania d'imitare le maniere ed il fasto dei nobili e dei ricchi. Per porre la sua casa sovra un piede aristocratico, Daniele avea contratto non pochi debiti, cui egli soddisfaceva il meglio che poteva, perciò che sarebbe morto di vergogna se nella capitale si fosse buccinato esser egli stato perseguitato dai creditori.
Il salottino, messo con paramenti di Francia, era un vero mazzolino di fiori per freschezza, per profumi, per colori. Il palco, a fondo bianco venato avea nel mezzo una bella dipintura rappresentante il gruppo delle tre Grazie; una piccola ma gentil lumiera di bronzo dorato sorreggente dodici torchietti scendeva a mezzo la stanza, per via di un largo cordone, il cui capo fingeva di esser sostenuto dalle tre Grazie. Un caminetto alla foggia inglese era scavato in fondo del salottino; aveva un paracenere di ottone indorato con fregi a rilievo, ed altri a retina di ferro. Nella stagione estiva il suo vano era chiuso o meglio velato da un telaio sul quale eran dipinte parecchie caricature e scherzi e fiori e frutte. Intorno a questo caminetto era un mezzo cerchio di sedie imbottite e coperte di raso bianco, di seggioloni a ruote con ispalliere ricurve indietro, di sedie a bracciuoli, di poltrone a molle. A piè della più parte di queste sedie eran seggioline e panchettine, similmente imbottite, da appoggiarvisi i piedi, cassette da sputare, arnese tanto necessario a' fumatori, principalmente là dove di be' tappeti covrono il pavimento, siccome in casa di Daniele nella stagione invernale. Un gran sofà era situato alla parete opposta al caminetto; questo canapè con doppio rullo era coperto di raso cilestre ed avea la spalliera e i bracciuoli lavorati con intagli ed ornamenti finissimi. Un tondo di mogano a lastra di marmo era situato nel mezzo del salotto, zeppo di tutte quelle figurine di marmo, di stucco, di alabastro che popolano i salotti e che sembrano ivi dimenticate dal padron di casa. Questo mondo di lilliputti preziosi che si accalcano sovra un tondo o sovra una mensola rivelano le passioni infantili degli uomini dell'era nostra, i quali a somiglianza dei bimbi, prendono diletto nei balocchi e nei giocarelli. Non poteva la moda inventar cosa più adatta all'indole puerile del secolo nel quale viviamo.
Lo studio di Daniele era più semplice. Un divanetto rosso da un lato avea dinanzi a sè un deschetto da colezione; più lungi uno scaffale di bel lavoro su ciascun palchetto del quale eran gittati alla rinfusa libri e carte di musica. In altro lato di questa stanza, aderente al muro, una scrivania ad una sola cassetta, coperta parimente di libri, di carte di musica e di arnesi da scrittoio, tra i quali primeggiava per gusto e per lusso il ricapito da scrivere tutto in oro, di cui ciascuna parte, cioè il calamaio, il polverino, il pennaiuolo o il vasetto da cialde, rappresentava un differente animale, e congegnato in maniera che ciascun animale adempiva al suo diverso officio di fornir quello che si aveva in corpo. Il piano-forte compiva l'ammobigliamento di quella stanza: magnifico strumento di artefice tedesco. Queste due stanze comunicavano tra loro non pure per mezzo dell'uscio di entrata comune, ma eziandio per mezzo del lungo terrazzo di cui abbiam parlato più sopra. Eleganti cortine di finissima mussolina velavano la luce nella estiva stagione e temperavano il freddo nell'inverno. Un'affettazione di studiata imitazione, un desiderio di far mostra di agiatezza, un'apparenza di lusso, eran questi i caratteri specchiati di questa casa. Da qualche tempo nondimeno tutto pareva quivi negletto e abbandonato, mentre ordinariamente la massima cura metteasi da Daniele per tener tutto pulito, ordinato e appariscente.
Abbiam dovuto un poco allargarci su questi inetti particolari, acciocchè più spiccatamente apparisca il carattere del personaggio di tanta importanza nella storia che abbiam preso a narrare.