Verso le undici del mattino dello stesso giorno, Daniele saliva le scale del palazzo S... e si faceva annunziare al Duca di Gonzalvo.
I domestici del Duca furono sorpresi di veder Daniele presentarsi di domenica e chieder del Duca, che pochissime volte egli avea veduto.
— Ho qualche cosa di segreto a comunicargli, disse Daniele al cameriere.
— Tutta la famiglia è ancora in letto, rispose il cameriere — Se il signor maestro vuole aspettare, Sua Eccellenza non potrà indugiare a levarsi.
— Aspetterò, soggiunse Daniele.
E si sedè in uno stanzino recondito del quartiere dove pel consueto il Duca ascoltava le persone che gli erano dirette per raccomandazioni, o che venivano a parlargli di negozii e di faccende particolari. In questo stanzino era un ritratto intero del Duca: quel ritratto era stato fatto ventitrè anni fa, e quando il Duca non avea che un 27 anni.
Abbiamo detto che pochissime volte Daniele avea veduto il Duca, vale a dire, il giorno in cui venne presentato a costui qual maestro di Emma, e qualche altra volta nelle serate di Lady Boston dove il vedeva alla sfuggita: perocchè il Duca raramente compariva nel gran salone da ballo o nel salotto da canto. Però Daniele non avea giammai avuto l'agio di affissare con attenzione le sembianze di questo personaggio.
Quel ritratto colpì incontanente il giovin pianista: quello sguardo, quelle fattezze del volto, quei basettoni che a guisa di doppio fuso prostendevansi sul labbro superiore, e quel pizzo lungo, dritto che gli scendeva insino alla gala della camicia; quella faccia insomma non era nuova per Daniele: essa disegnavasi nella sua memoria come un riverbero di lontanissimo passato; ma dove, ma quando, ma come Daniele avea veduto quel personaggio? Non era possibile deciferare il tempo e il luogo. Un mondo di congetture formava il giovine; cercava di coordinare le sperperate ricordanze della sua infanzia; si sforzava di diradare la nebbia onde si avvolgeva il passato, ma nel suo capo era una confusione spaventevole, un subbuglio di ricordi, di immagini, di sogni, cosicchè di tutta la fatica che egli si dava non ricavava altro frutto che quello di conoscere aver veduto altrove il Duca di Gonzalvo. Se non che la costui immagine si associava nella sua mente a quella di un altro uomo assai più bello e più giovine, di cui non conservava eziandio che un debolissimo ricordo. Il Duca di Gonzalvo avvolto in magnifica veste da camera entrava in quello studietto nel momento in cui Daniele era tutto e cogli occhi e col pensiero in sul ritratto del nobile spagnuolo.
— Eccomi a voi, signor de' Rimini, a che debbo attribuire il piacere di una vostra visita! Siete forse venuto a ricevere le mie personali congratulazioni per la vostra somma valentia nell'arte musicale?
— Non pecco di tanta vanità, signor Duca. Ieri sera quei signori furono assai indulgenti verso di me, ed io debbo attribuire a mero incoraggiamento le lodi che si piacquero prodigalizzarmi.