— Cotesta modestia vi onora, signor de' Rimini. Qual'è dunque il motivo che mi procura il piacere di vedervi questa mane?
Il Duca di Gonzalvo si era seduto. Daniele mostrava nell'alterazione della sua fisonomia l'agitazione che il possedeva.
— Signor Duca, incominciò il giovine lentamente e misurando le sue parole, prima d'ogni altra cosa, perdonerete la mia indiscrezione se ardisco di domandarvi in qual paese è stato fatto questo vostro magnifico ritratto.
— Ah! è un bel ritratto, n'è vero? Benchè io sia cangiato dagli anni, credo che mi rassomigli ancora.
— Perfettamente, signor Duca, e mi permetterete di dirvi che pochissima differenza vi è in oggi tra questo ritratto e il suo originale.
— Così dicono tutti per lusingarmi, ma hanno un bel dire; ventitre anni non passano sulle spalle di un uomo senza lasciarvi un ricordo poco piacevole... Ebbene, questa dipintura è stata fatta in Siviglia, in un sol giorno, da un abilissimo artista Italiano... Oh! questo ritratto mi ricorda sventure per le quali sanguina ancora il mio cuore.
— Duolmi di aver ritoccate le vostre dolorose rimembranze, signor Duca; ma pure, ancorchè dovessi arrecarvi dispiacimento, mi arrischierò a domandarvi se in Siviglia, presso a poco nel tempo in cui fu fatta questa dipintura, voi non avevate un parente, un amico che spesso frequentava la vostra casa, o in casa del quale voi traevate?
Simigliante interrogazione fece rabbruscar la fronte del Duca, il quale guardò fisamente e con sospetto il suo interrogatore, e non rispose che dopo qualche momento.
— Non so qual premura possiate avere, signor de' Rimini, a ricercarmi d'una cosa e d'un tempo ch'io vorrei dimenticare... Non saprei rispondere con precisione a quello di che mi richiedete... Nel 1803 io aveva molti amici ed un immenso numero di nemici, perocchè il posto onorevole e l'alta carica civile ch'io avea ottenuto nella giovanile età di 27 anni mi avevano procacciato migliaia di gelosi ed invidi: in quell'anno per me cotanto funesto fui costretto di abbandonar Siviglia dove la mia vita era mal sicura, essendo per infame tradimento caduto in sospetto al mio governo. La mia partenza fu così precipitata che appena ebbi il tempo di farmi ritrarre su quella tela e mandare il mio ritratto al Castello di Santiago, poco discosto da Siviglia, e dove dimorava la mia fidanzata, Isabella di Monreal, che ora è mia moglie. Nessun'amico mi accompagnò nel tristo viaggio, tranne un fedel domestico e mia sorella che volle seguirmi, non ostante le più vive rimostranze ch'io le feci, mettendole dinanzi agli occhi la malagevolezza e i pericoli del viaggio in sull'Atlantico e sovra un piccol legnetto commerciale. Ma ella rimanea sola ed esposta forse alle persecuzioni dei miei nemici; sicchè io stesso non potetti rifiutarmi a tali possenti ragioni, e meco la menai colà dove il destino chiamavala ad una serie d'irreparabili sventure. Sciagurata sorella!.. Voi mi parlate di amici, signor de' Rimini! Or bene, io n'ebbi due; uno che per invidia cercò di togliermi la vita civile, denunziandomi come venduto a' nemici del mio paese, e che mi costringeva ad abbandonare la nativa mia terra: e un altro che mi offriva una splendida ospitalità e un asilo sulle frontiere della Francia, che mi abbracciava con effusione di cuore, per piantarmi più tardi un coltello nel seno... Quest'uomo s'involò alla mia vendetta; io non l'ho più riveduto e il credo morto; almeno ne ho speranza, che se mi fosse dato di sapere dov'ei si asconde, andrei a trafiggerlo avvegnacchè egli stesse all'estremità del mondo.
Gli occhi del Duca di Gonzalvo balenavano di furore; due corde di fuoco erano state toccate nel profondo dell'anima sua, i due tradimenti che tuttavia gli amareggiavano la vita. Daniele si pentì di aver ridestato così fatte amare ricordanze in quell'uomo irascibile: egli era disanimato per quello che formava lo scopo principale della sua visita; ma era nel tempo stesso risolutissimo di por fine allo stato di sofferenze in cui lo gittavano l'amore, la gelosia, il desiderio d'ingrandirsi; pensò dunque di non frapporre più indugio alla dimanda che voleva fare al Duca. Lasciandogli però il tempo di calmarsi dalla collera che aveano eccitata in lui quelle imprudenti reminiscenze, così gli parlò: