— Parlate liberamente, signor Conte, vi giuro che serberò il segreto.

— Ebbene, Dottore, sappiate che da oltre a un anno uno strano fantasma avvelena la mia vita. La notte sopratutto, la notte io gemo sotto la pressione di questo incubo morale che mi strugge, che mi succhia il sangue nelle vene, che mi spinge a grandi passi alla tomba.

— Qual'è mai cotesto fantasma? chiese con premura il medico.

— Il mio cadavere! rispose cupamente il Conte e abbandonando il capo sul petto, compreso dal più mortale scoraggiamento.

— Il vostro cadavere! sclamò il Dottore in atto di chi non ben comprenda, quello che gli si dica; non vi capisco, signor Conte; mi fa mestieri intendere più chiaramente l'indole di un tale fantasma.

— Ah! Dottore, non vedete ch'io soffro a parlarne? Come farò per farmi comprendere? Non vi ho detto abbastanza allora che vi ho nominato il mio crudel nemico, il vampiro che mi consuma la carne, che scopre le mie ossa, che rode i miei visceri, e che mi annienta... mi distrugge? Il mio cadavere! Egli è... là, sempre rimpetto a me, con quegli occhi socchiusi e velati dalle tenebre della morte, colla bocca spalancata, livido... immobile come un pezzo di cera; il mio cadavere abbandonato sul letto dell'estrema agonia!... Vedete quelle persone che passano da costa ad esso; sembran paurose di svegliarne il sonno!... Chiunque se gli avvicina rattiene il fiato per tema di fiutare le putride esalazioni di quel corpo, sul quale incomincia la seconda opera della natura, il lavoro di decomposizione. Gli elementi dell'aria atmosferica, quegli elementi che per tanti anni han lavorato a conservar la vita, ora si affrettano a ripigliarsi il frutto dell'opera loro, appropriandosi le molecole che si staccano da quelle ruine di organizzazione. Ogni minuto secondo, strappa o disfà una fibra di quel corpo il quale perde... sempre senza mai più acquistare. Tutta la natura si gitta, come uccello di rapina, su quel suo figlio, alla cui conservazione ella avea fatto concorrere tutte le sue forze; ed ora si affretta a disfare quel dilicato tessuto... Nelle tenebre si compirà questo lavoro di decomposizione, siccome nelle tenebre si era compito il lavoro di formazione: le visceri di una madre crearono, le visceri della terra consumeranno: nove mesi ci vollero per formarlo, e forse NOVE MESI ci vogliono per disformarlo interamente: quel primo tempo fu contato co' palpiti di un amore ineffabile, l'amor materno; il secondo tempo chi mai l'ha calcolato? Oh... il mio Cadavere!... le visceri del mio amore, abbandonato da tutti e da tutto! abbandonato alla terra, sua crudel nemica, alla creta che lo abbranca per farne creta, a' vermini che ne fanno la loro abitazione! E chi sa dirmi quello che soffrirà il mio povero cadavere? Chi conosce i misteri della tomba? Non può forse avvenire che l'antica magione del pensiero risenta l'orrore del sepolcro? Chi mi assicura che il cadavere non soffra nel vedersi strappato da' beni della vita, da quanto egli ha amato in sulla terra? Oh! il sonno della morte sarebbe men duro se i nostri corpi non rimanessero esposti agli orribili ospiti delle visceri della terra! Se potessimo in morendo avere la dolce consolazione di sapere che coloro i quali ci hanno amati non abbandoneranno le nostre spoglie! Il mio Cadavere!... il mio povero Cadavere abbandonato da tutti!... da tutti!

Edmondo ruppe in lagrime, come un bambino.

Il Dottor Weiss aveva attentamente seguito le parole del Baronetto, la cui eloquenza era eccitata dal favorito soggetto della sua orribile fissazione. Non ci era più dubbio! Il medico avea tutto compreso, tranne una cosa, che dovea pur formare il perno delle sue argomentazioni. In che stato si trovava la coscienza del Conte? Gli è vero che la fissazione di lui e i fantasmi, che il maceravano non erano dell'indole di quelli che soglion morder l'anima dei rei; ciò non per tanto una tale angosciosa fiacchezza di spirito in un uomo forte, vigoroso, che avea veduto il mondo, che aveva arrischiata tante volte la vita, che era stanco e sazio di tutti i piaceri: una tale fiacchezza di spirito era inconcepibile senza una prepotente cagione morale, la cui mala radice era forse nella coscienza di lui. Ad ogni modo, lo stato di Edmondo era tanto deplorabile in quanto che l'infermità non era del genere di quelle che vanno sottoposte alla disamina e curagione dell'arte medica; ei bisognava operare sul morale e trovar rimedi nella filosofia e nella religione. Edmondo era ricaduto nel suo cupo abbattimento, dal quale il Dottor Weiss si affrettò di trarlo.

— Tutto ho compreso, signor Conte, dissegli il medico: trista è la situazione dell'anima vostra, ma non è da disperare. Prima di tutto, permettete che vi faccia un'interrogazione. Vi ricordo che in questo momento io sono amico vostro, e che entrambi dobbiamo cercare una via che ci guidi alla desiderata guarigione. In che stato si trova la vostra coscienza?

— Che intendete dire, Dottore? dimandò esterrefatto il Conte, credendo che il medico volesse disporlo per l'ultimo viaggio.