— Intendo dire, soggiunse questi, che la riparazione di qualche male involontario da voi cagionato potrebbe essere il più efficace rimedio contro i fantasmi che vi assediano. Una buona coscienza è il miglior guanciale su cui si trovi leggero il sonno e ristorante.
Edmondo abbassò il capo e nulla disse. Questa volta egli avea compreso il vero sentimento delle parole del Dottore.
— Signor Conte, ripigliò questi che dal silenzio dell'infermo avea già sospettato non esser monda di colpe la coscienza di lui — non è mio intento il voler entrare ne' segreti della vostra vita. Iddio solo scruta i cuori e giudica gli uomini: ma è mio debito di rischiarare la vostra mente sulle probabili origini del funesto e straordinario malore di cui siete vittima. Se la radice del male stesse nel vostro organismo e nelle funzioni che ne dipendono, io sarei obbligato di cercare con accuratezza la cagione di un tale disordine per apportarvi salutari medicamenti; ma la serpe non istà nel vostro organismo, signor Conte, bensì là... nel fondo della vostra anima, dove non è dato all'occhio umano di addentrarsi. A me basta l'aver su questo richiamata la vostra attenzione. Mi permetterò di farvi eziandio osservare che la via del pentimento è la più bella che vi si offra e la più atta a ridonarvi la pace smarrita e a bandire le tristi e lugubri immagini, sotto il cui impero voi soccombete. Siete ancora giovine, ricco e di valida salute; avete ancora innanzi a voi una lunga serie di anni. Se una colpa ha bruttata la vostra coscienza, se una follia giovanile vi pesa in sul cuore, volgete al cielo il vostro sguardo, implorate la Divina clemenza, riparate, se è possibile, al male che avete fatto; se l'innocenza è bella, il pentimento è più nobile; l'anima vi si ritempera, vi si fortifica e vi attinge la calma e la gioia. Che se niun rimordimento è nel vostro cuore, se una singolare attitudine ipocondrica del vostro spirito è la cagione del tristo fantasma che tormenta le vostre notti, non saprei indicarvi altro rimedio più efficace che la distrazione.
— La distrazione! mormorò tristamente il Baronetto, e dove trovarla? E l'anima mia non si rifiuta forse ad ogni maniera di svagamento?
— Fa d'uopo sforzarsi alla distrazione, signor Conte; ei bisogna che non istiate solo in nessun'ora del giorno, e se è possibile, della notte: bisogna che vi mettiate nell'attività de' piaceri, che frequentiate le riunioni, i teatri. Oltre a ciò, vi propongo un rimedio della cui riuscita molto mi riprometto; esso vi costerà un po' d'oro.
— Dell'oro? E che non darei per riacquistar la mia salute e la tranquillità del mio spirito? Parlate, parlate. Di che si tratta? Che debbo fare?
— Ebbene, signor Conte, il rimedio ch'io vi propongo è il seguente: Abbiamo a Manheim un giovine pianista italiano che ha destato in pochi mesi l'ammirazione e la simpatia di Europa. Egli ha dato accademie a Parigi, a Londra, a Berlino, a Vienna: ier sera si è fatto udire in questo teatro di Manheim, ed ha prodotto tale entusiasmo, che pochi suonatori possono vantare un sì bel successo. Voi gli scriverete, signor Conte, e lo inviterete a passar con voi un mese o due: i soavi accordi ch'ei sa trarre dal piano-forte avranno forza di strapparvi dai vostri bui pensieri: la sua compagnia vi rallegrerà, quasi novello Davide porrà in fuga la malinconia del nuovo Saulle.
— Che nome ha questo giovine?
— Daniele de' Rimini.
— E credete che la musica sarà capace di ridonarmi la serenità dell'animo? Credete che le armonie del piano-forte varranno ad allontanare dalla mia mente l'immagine del mio Cadavare?