— Io lo spero, signor Conte.

— Ebbene io tenterò questo mezzo: dimani il giovine pianista italiano Daniele de' Rimini avrà stanza in questo casino.

Un servo pose termine alla conversazione, annunziando che il bagno a pioggia era pronto.

La sera di questo giorno, Daniele de' Rimini riportò un altro trionfo. Dopo l'accademia, gli abitanti di Manheim, trasportati di entusiasmo pel suonatore italiano, l'aveano accompagnato infino all'albergo dov'egli avea stanza. Correndo la stagione de' bagni, Manheim era zeppa di forestieri, e il teatro era de' più animati e brillanti. Daniele, siccome abbiamo accennato, aveva in pochi mesi percorso le prime capitali di Europa: la fama il precedeva dappertutto, e un trionfo lo aspettava in ogni paese in cui si faceva udire a suonare. La sua giovinezza, l'avvenente malinconia del suo volto parlavano in suo favore anche prima che ponesse le mani sui tasti del piano-forte. La qual cosa il giovine non sì tosto incominciava, gli uditori erano rapiti e incantati dalla magia degli accordi, dalla dolce mestizia de' motivi delle opere italiane, a' quali Daniele dava una veste di armonie al tutto corrispondenti e flebili. Il genio o l'ambizione, animava le dita di quel giovine? L'uno e l'altra. Il genio era mezzo; l'ambizione, o, per dir meglio, l'avidità dell'oro la molla delle sue ispirazioni. Daniele era partito il 1 gennaio da Napoli, povero e oscuro. Cinque mesi appena erano scorsi ed egli avea già acquistato celebrità; ma il suo peculio non arrivava per ora che ad una somma tenuissima, Daniele era scoraggiato, ma non disperava; gli restava ancora a percorrere altra metà dell'Europa e tutta l'America settentrionale: i viaggi assorbivano gran parte dei suoi guadagni.

Il domani della seconda accademia data a Manheim un domestico in gran livrea consegnava a Daniele il seguente biglietto:

«Il Baronetto Edmondo-Isacco Brighton, Conte di Sierra Blonda, prega il sig. Daniele de' Rimini di favorirlo questa mattina nella sua proprietà di Schoene Aussicht».

Dopo un'ora, Daniele de' Rimini si trovava alla presenza di Edmondo.

V. LA RICCHEZZA

Dicemmo che il casino del Baronetto era composto di due piani. Nel secondo egli dormiva, essendo esso la consueta sua abitazione; in questo era una stanza decorata con tutto ciò che può allietare i sensi, e fornita di quanto è necessario per le comodità della vita. Era questa la stanza, in cui il Baronetto passava la maggior parte dei suoi giorni, e dove la sera riunivansi gli amici per prendere il tè e per abbandonarsi agli allettamenti della conversazione. Questa stanza riguardava i più ameni paesetti e villaggi alemanni che attorniano le rive del Reno: due ampie finestre si aprivano a mezzogiorno e ad oriente. Questa stanza, dal colore de' suoi paramenti, era chiamata la Camera verde.

Il secondo piano rispondeva al primo per via di una magnifica scala interna di marmo greco a tre branche, su ciascun pianerottolo delle quali era una statua de' più rinomati artisti, e vasi di fiori odorosi e di piante fiorite di cedri o di oleandri: ringhiere e bracciuoli del più fulgido cristallo inglese e del più capriccioso disegno ornavano le branche di questa scalinata, a piè della quale un'illusione di giardino guidava al quartiere del lusso, ch'era appunto il primo piano.