Non ci allungheremo a dipingere alla immaginazione de' nostri lettori la splendidezza di questa magione da fate. Conciossiacchè piccole le camere, ciascuna era un gioiello di civetteria, di eleganza, di gusto; ciascuna riuniva in sè sola il comfortable d'una casa inglese. Visitando quella scacchiera di stanze, tutte eguali, rettangolari, forbitissime, ma silenziose e deserte, ti si apprendeva all'animo un senso di mestizia, pensando che in quelle fulgide e ricche pareti non suonava il rumore sì grato agli orecchi di Dio, il rumore della famiglia. Quella solitudine e quel silenzio ti piombavan pesanti sul cuore come se avessi visitato l'interno di un principesco mausoleo.

Rarissime volte il Baronetto scendeva al primo piano. Nei primi anni della sua dimora a Schoene Aussicht, e quando il filosofo non avea del tutto dimenticato il Cavaliere del Firmamento, quel primo piano era designato ad accogliere qualche pellegrina visita, o qualcuno dei vecchi amici di follie di Sierra Blonda, comecchè questo caso fosse più raro, a cagione della cautela che Edmondo metteva a tener celato il suo ritiro. Ma da un pezzo il primo appartamento di Schoene Aussicht non riceveva più ospiti di genere equivoco, ed ora si contava parecchi anni dacchè lo stesso padrone non vi poneva il piede. Nondimeno il quartiere era mantenuto con la massima nettezza, come se ogni giorno avesse dovuto accogliere un cospicuo personaggio.

Questo primo piano era quello appunto che il Baronetto ordinava a residenza del giovine pianista italiano, ed in esso propriamente volle riceverlo per la prima volta.

Era in questo appartamento un salottino messo con un lusso così sfacciato e con sì incredibile magnificenza che nell'entrarvi l'occhio vi rimaneva abbagliato. L'adornamento di questo salotto era costato al Baronetto un denaro che avrebbe potuto formare la fortuna di cento famiglie. Diremo soltanto che molti mobili ivi contenuti erano di oro massiccio, e che vi erano due seggiole d'avorio, a forma di baldacchini, lavorate sul gusto cinese, e ricoperte da cuscini orientali. Edmondo avea voluto profondere enormi somme nell'addobbo di questo primo piano, ed in particolar modo di quel salotto per quella eccentricità che formava sempre il fondo del suo carattere, e per vaghezza di contemplare raccolte in piccolo spazio le meraviglie del lusso e delle arti. La ricchezza pompeggiavasi in tutto il suo orgoglio in quel ricinto dove l'oggetto più misero, più fragile, più perituro, più dappoco che vi si vedesse era per lo appunto il padrone di tante dovizie. E bene faceva Edmondo ad entrare di rado e quasi non mai in quel salotto, che tacitamente lo scherniva e gli additava i sei palmi di fetido terreno, che gli erano destinati per ultimo asilo.

In questo salotto Edmondo ricevè Daniele.

Perchè si era così affrettato il giovine pianista ad accorrere all'invito del Baronetto? Perchè già gli era giunto all'orecchio il suono delle grandi ricchezze del solitario di Schoene Aussicht, e Daniele non credè a' propri occhi nel leggere il biglietto del nobile. Il suo cuore gli diceva ch'era quella un'occasione propizia; che forse il Conte di Sierra Blonda avrebbe potuto esser per lui una sorgente di fortuna; che forse quell'uomo il quale vivea lontano dai rumori della città e de' divertimenti sarebbe per lo meno un filosofo amico delle arti e incoraggiatore splendido dei giovani artisti. Checchè avesse tra sè pensato il nostro Daniele, il fatto è che volò come un fulmine all'invito che gli sopraggiunse caro per quanto inaspettato.

Rinunziamo a dipingere la maraviglia di Daniele veggendosi introdotto in quella casa e proprio in quel tempietto d'oro, di cui abbiam parlato: il colse un capogiro una vertigine: era quel salotto il riverbero dell'anima sua, lo specchio de' suoi ardenti desideri: quell'oro riflettevasi a sprazzi di fuoco nel suo cervello, e rimescolava le sue idee e confondeva la sua ragione nè più nè meno che se fosse stato un barilotto di poderosissimo vino. Tanta fu la luce che balenò da quel salotto che Daniele non vide il Baronetto, il quale, vestito a nero, era seduto sovra un piccolo canapè a forma di conchiglia. Edmondo era così pallido, così emaciato, che il suo volto parea dileguarsi in sulla nera barba che gli scendeva insino al petto. La voce del Baronetto trasse Daniele dall'estasi in cui era immerso, e chiamò i suoi sguardi attoniti sul nume di quel tempietto.

— Sedete, bel giovane. Non siete voi l'egregio pianista signor Daniele de' Rimini?

Edmondo avea parlato in francese; era nell'accento e nella voce di quest'uomo qualche cosa di cupo e di affannoso che colpì all'istante il giovine artista, il quale con leggiero imbarazzo rispose chinando i begli occhi:

— Perdonate, signor Baronetto, al mio imbarazzo e al mio stupore, cagione della scortesia che ho commessa nel non riverirvi appena son qui entrato. Le arti umili e dimesse veggonsi confuse alla presenza di tanto splendore. D'altra parte, vi confesso che io mi aspettava di entrare nell'ostello della filosofia, perocchè il grido delle vostre estese cognizioni..