Singolare contrasto offrivano le vestimenta e l'aspetto del nuovo arrivato con lo stato quasi indigente di quella casa.

Era Daniele un giovine di statura altetta, di volto piuttosto bruno, di folti capelli bene allustrati e tagliati a leggiadra zazzerina; gli occhi parimente scuri e malinconici acquistavano un'espressione di cupa intelligenza per l'inarcare ch'ei facea sovente le nere sopracciglia; non avea nè baffi nè barba.

Il suo vestito era de' più ricercati e di gusto per que' tempi. Un soprabito alla prussiana e da cavalcare color verde salice; calzoni bianchi a mezza gamba, stivali con gli sproni, cappello bigio.

Daniele avea lasciato alla porta di quel modesto abituro il suo cavallo morello, sul quale era venuto. Diremo nel prosieguo di questa storia perchè in età giovanile e in pochi anni di esercizio della professione di maestro di musica, Daniele fosse già padrone di una modica agiatezza.

Non si creda che Daniele avesse preferito di venire a cavallo per affrettare il suo arrivo alla casa dello stradiere; però ch'egli non si era dato la minima premura di accorrere presso il suo benefattore moribondo e presso la fanciulla che ardentemente lo amava. Per due giorni il giovine non avea pensato neppure per sogno alla infermità di Giacomo, all'amor di Lucia, alle iterate richieste che di lui avea fatte colui che per oltre a quindici anni lo avea nutrito col proprio pane e lo avea amato come un altro suo figlio. Daniele non ci avea pensato nemmanco per un momento: dappoichè un pensiero fitto come un chiodo gli si era messo nel capo, e gli dava cruccio, smania indicibile, indurimento di cuore, indifferenza su gli altrui mali.

Nel giorno da cui abbiam cominciata questa storia, Daniele verso le 23 ore italiane, fornito il giro delle sue lezioni di musica, per disviare alquanto la tristezza che l'opprimeva, era andato a passeggiare a cavallo verso il Campo di Marte. Al ritorno, in passando d'accosto al Real Albergo de' Poveri, gli venne ricordato di Giacomo lo stradiere, che dimorava alle spalle di questo Stabilimento di carità, dov'egli forse sarebbe stato gittato qual trovatello, se quel generoso non gli avesse dato ricetto, sostentamento, educazione nella propria casa tra gli altri suoi figli amandolo al pari di questi. Allora soltanto ricordò che parecchie volte il suo morente benefattore lo avea mandato a chiamare.

«Andiamo, diss'egli seco medesimo dando al suo cavallo la direzione della casa di Fritzheim, se egli è vero quel che mi si è detto, il buon uomo non ha molti dimani a vedere. Incominciavo un poco a seccarmi de' suoi continui rimproveri. È vero che di molto io gli sono debitore, ma alla fin fine qualche cosa ho fatto anch'io per lui da qualche anno a questa parte; non gli ho mandato denaro? Non ho fatto di bei regalucci a Lucia? Ma or che ci penso; par che costei abbia preso in sul serio le nostre fanciullaggini amorose. Che diascine! Men ci vuole che una testolina come la sua per creder vero a vent'anni quello che si è detto a quindici. Follie! Or più che mai questa chimerica unione sarebbe impossibile. Quand'anco io non avessi qui in questo mio cuore scolpita quella cara immagine di Emma, che mi divora a fuoco lento, io non acconsentirei giammai ad essere lo sposo di Lucia. Che direbbe la società di me? Che direbbero i miei amici? Sposare la figlia di uno stradiere! Ed io mi esporrei con tal matrimonio a render nota a tutti la mia storia, perocchè, non ci cade alcun dubbio, al domani delle mie nozze si saprebbe nel paese che Daniele de' Rimini non è che figlio della sventura o della colpa, raccolto per carità dal padre della sposa! Ignominia! Un tal segreto vorrei che rimanesse un mistero per tutti. Se il padre Giacomo il portasse tutto con sè nella tomba!... Oh se Emma penetrasse!... Dio, Dio, non mi esporre a tal rossore!... Ella così superba de' suoi natali, così ricca... ricca e nobile! Ecco... ecco la felicità, il sogno ardente della mia vita! Ed io sposerei Lucia, povera, oscura, ignobile, figlia d'un vile stradiere! No no..... Quando io non era ancora conosciuto, quando non mi era ancora slanciato nel mondo, avrei forse potuto sposarla, imperocchè tutti avrebbero ignorato l'oscura mia origine, ma ora! Io ho fatto tanto per innalzarmi, ho gittato sudori e lagrime sul pianoforte, sono impallidito su i capilavori musicali, non solo per amore a quest'arte, che spero per altro abbandonare non sì tosto avrò raggranellato un po' d'oro, ma bensì per farmi una strada alla fortuna, per vedere di pormi ad un certo livello con quegli giovanotti miei amici, che non si starebbero dal darmi la beffa per questo ridicolo matrimonio ch'io farei a contraggenio, e che distruggerebbe per sempre ogni speranza di possedere quel tesoro di grazie che m'innamora, e quella dote onde io cesserei di essere una creatura mercenaria. Oh.... che ignobil cosa è il lavorare per vivere! Qual differenza tra Emma e Lucia! Ma che dico! Non sono io scemo di senno per istabilire un paragone tra queste due donne! Un paragone tra Emma e Lucia! È lo stesso che paragonare l'eleganza alla goffaggine, la farfalla alla mosca, la ricchezza alla miseria. Che compiuta educazione! Che linguaggio elevato, che nobiltà di sentire! e che bellezza! Oh quelle forme del suo corpo! quei capelli! quegli occhi!! Oh la mia testa, la mia povera testa!

Ciò dicendo, Daniele, il cui carattere da questo breve soliloquio i nostri lettori potranno in parte conoscere, era giunto all'abituro di Giacomo, sotto il cui tetto egli avea per molti anni riposato.

Nell'entrar che fece Daniele nella camera dell'infermo, Lucia si era incontanente alzata da su il letto del padre, avea fatto per correre incontro al giovine, ma a mezzo la camera sentì fiaccarsi le ginocchia, e quelle lagrime che fino all'arrivo di Daniele erano rimaste premute nel petto, quivi costretto dall'acerbità d'un doppio spasimo, rifluirono tutte in un momento alle ciglia della fanciulla per un ritorno di tenerezza e Lucia pianse per qualche minuto con quell'impeto irrefrenabile, che suol succedere ad una sì lunga compressione.

Oh quanto diceva quel pianto!