Le province rimasero sorde agli emissari del governo provvisorio, sicchè la repubblica potè dirsi ristretta alla sola capitale mentre, per opera principalmente del clero e della plebe, di fuori imperversava per ogni dove la controrivoluzione al grido di guerra ai nobili e ai ricchi, nei quali soli la regina vedeva i giacobini. Una strana guerra sociale dei poveri contro i signori in nome del re e della fede!
La santa fede fu oramai il segnacolo in vessillo e il nome del partito regio che, calunniando d'ateismo la repubblica, accaparrò a sè la gran forza delle credenze popolari e del fanatismo religioso.
Da ciò si scorge quale peculiare indole, ben diversa da quella di Francia, avesse quivi la improvvisata e importata repubblica, sogno di poeti idealisti virtuosi contro uno sterminato numero di pervertiti. E il pervertimento venuto a galla nudo, come suole in quei sobbollimenti, sorpassa e sgomenta qualunque immaginazione.
Nelle Puglie l'insurrezione (parola che, invece che alla rivoluzione, qui si addice al suo contrario) ebbe per capi quattro traditori corsi, De Cesare, Boccheciampe, Corbara, Colonna, che, per meglio trascinare la gente, si finsero uno principe ereditario e gli altri aiutanti e cortigiani; e l'episodio è un gustoso romanzetto, a cui prese parte anche una sorella della regina di Francia che passava per Sicilia. La Terra di Lavoro era occupata da Michele Pezza detto Fra Diavolo, un brigante feroce, le cui avventure strane, dal convento alla selva e al campo di battaglia, furono al solito alterate nel romanzo di Dumas e nel dramma di Scribe.
Vera belva era il mugnaio Gaetano Mammone che beveva il sangue delle vittime in un cranio, mentre negli Abruzzi gli altri due capi banda Pronio e marchese Rodio, antropofagi, ne mangiavano la carne.
E a tali mostri re Ferdinando scriveva: mio generale, mio colonnello e mio amico!
A domarli la repubblica, dopo un sonoro proclama naturalmente rimasto inascoltato, spedì, ma invano, generali ed armati. Sopra la Puglia marciarono i legionari di Ettore Carafa conte di Ruvo che con altrettanta crudeltà (perchè parve un'epoca di rinascimento della barbarie!) fe' dare un sacco spietato alla propria patria Andria, e ridurre il proprio feudo coll'incendio un mucchio di cenere.
Tale gesta naturalmente ha dato luogo e tuttavia dà ai giudizi più disparati, chi esaltando nel conte di Ruvo un uomo di Plutarco, un Bruto novello, chi vedendo in lui una furia da libidine e da preda, il Fra Diavolo e il Mammone della repubblica.
La critica ha stabilito oramai che egli non fu nè l'una cosa nè l'altra, che fu un repubblicano fanatico e un soldato d'istinti generosi ma fieri, che trascese per domare un'accanita resistenza.
E mentre nelle province ferveva la spietata guerra civile, il Direttorio aveva da guardarsi in città dalle cospirazioni messe in luce dall'episodio non meno drammatico della San Felice e dei Baccher. Questi erano d'origine svizzera, banchieri accaniti sanfedisti, ed erano entrati in una congiura d'intesa colla squadra britannica per la quale dovevano contrassegnarsi le case da colpire dando ai fedeli una carta di riconoscimento. Uno di essi, innamorato della duchessa San Felice, la fe' consapevole della congiura che essa a sua volta rivelò a un repubblicano che a lei stava più sul cuore, e questi la fe' palese al governo, producendo la prigionia dei Baccher.