Ogni episodio, può dirsi, di quella breve epoca ha dato luogo a studi, libri, polemiche infinite. Figuriamoci questo! Dumas, della San Felice, semplice comparsa nel gran dramma, fa l'eroina principale della rivoluzione napoletana; mentre invece, tutto considerato, può dirsi che la sua memoria non andrebbe scevra da ogni macchia, se non l'avesse lavata il sangue che anche da lei volle uno spietato carnefice del suo sesso.
E intanto la Francia, in luogo di aiutare la repubblica sua creatura, mandava a spogliarla meglio l'intendente Faipoult. Championnet, che era insieme uomo onesto e generale e statista avveduto, mentre stracciava i decreti che rendevano la libertà un'arpia, proponeva una spedizione contro la Sicilia per colpire al cuore la monarchia e troncarne le mene. Per tutta risposta, il Direttorio di Parigi, il cui ministro degli affari esteri, si badi bene, chiamavasi Talleyrand, gli ordinò di cedere il comando a Macdonald. E poco dopo, la Francia, declinando alquanto le sue fortune in Europa, si ritirava del tutto, aggiungendo nel proclama di congedo la spudorata ironia, che i popoli liberi non devono aver bisogno dell'appoggio delle armi straniere!
Partiti i Francesi, la repubblica fu davvero indipendente, ed i suoi capi non si smarrirono, fecero appello alla concordia generale, mitigarono i pesi, composero alla meglio un esercito di difesa, affidandone il comando al generale Gabriele Manthoné.
Ma intanto ben diverso e strano esercito la regina aveva da Palermo spedito alla riconquista di Napoli, capitanato, in qualità di Vicario generale del regno, da un cardinale vestito di porpora, che aveva per colonnelli quei feroci capi banda che a lui si rannodavano da ogni parte. Chi avesse detto che, poco più di mezzo secolo dopo, quelle medesime spiaggie Calabre avrebbero veduto ugualmente sbarcare da Palermo un ben altro fatato capitano, vestito anch'egli di rosso, ugualmente volto alla conquista di Napoli, ma seguìto dal fiore della gioventù italiana dietro al vessillo tricolore, in nome del più leale dei re, del primo re d'Italia, che dovea passar per sempre la spugna sui vizi e gli spergiuri borbonici?
Il cardinale Ruffo, a cui l'Acton aveva fatto affidare la scabrosissima impresa per la solita rivalità, credendo di perderlo, era invece carattere indomito e animo pronto, un misto anch'egli di male e di bene. E se a Napoli fu forse l'unico dei borbonici che fece prova di mitezza e di lealtà, la sua marcia per arrivarvi è bruttata da indelebili macchie di sangue. Checchè anche qui abbiano voluto commentare i critici e gli apologisti, le stragi e i saccheggi di Cotrone, di Tito, di Altamura, specialmente per un cardinale, gridano vendetta al cospetto di Dio.
Vero è che questo non c'entrava, perchè dopo la carneficina, Ruffo assolveva i peccati, e tirava innanzi.
In mare l'ammiraglio Caracciolo, che mal corrisposto a Palermo dal re, e avutane volontaria licenza, s'era forzatamente ascritto al servizio della repubblica, cercava di guardarla il meglio possibile. Ma mentre Suwarow, il famoso generale dello tzar Paolo I, dava a Nelson, obliatosi nelle lascivie di Palermo, la famosa staffilata: Palermo non è Citera; questi, per provare al burbero russo di non aver bisogno di lui, aveva fatto prendere le isole di Ischia e di Procida dal capitano Toubrig; feroce anch'egli (perchè la ferocia dovè aleggiare forse in quell'anno nell'aria imbalsamata!) e a cui poi la regina avea mandato per degno strumento il giudice Speciale che scrisse, nelle isole Flegree, la prima pagina del santo martirologio.
Ma intanto, superati col ferro e fuoco tutti gli ostacoli, il cardinale arrivava, e risolveva di dar l'assalto alla città il giorno del suo patrono Sant'Antonio, il 13 giugno.
Giornata gloriosa! La resa al ponte della Maddalena fu illustrata dal celebre episodio di Vigliena, tanto anch'esso discusso, ma, per la critica specialmente del Turiello e del Pometti, chiarito ormai abbastanza, dove un prete, Toscani, imitando le gesta eroiche di Micca, fece sì che 300 calabresi si seppellissero, sotto le rovine, piuttosto che arrendersi.
Anche i cattolici si dividevano in due campi, e tra il cardinale Zurlo arcivescovo di Napoli ed il cardinale Ruffo vi fu uno scambio di scomuniche. E mentre la spada della Francia avrebbe potuto e dovuto far traboccar la bilancia, l'ultimo avanzo dei Francesi rimasto, il Mejean comandante di Sant'Elmo, si vendè proditoriamente al nemico. Altro fatto in mille modi controverso, ma dai documenti posto fuori di discussione.