.... traendo alla rocca la chioma,

Favoleggiava con la sua famiglia

De' Troiani, di Fiesole e di Roma.

Quando col pensiero fisso alla libertà e indipendenza dell'Italia, anche i libri di storia erano per metà di politica[16], usava discutere se dato che i Longobardi avessero potuto occupare e reggere tutta l'Italia, non si sarebbe fin d'allora formato dell'Italia uno stato nella nuova forma romano-barbarica, come la Francia e la Spagna, ed il Machiavelli accusava fieramente i Papi d'averlo impedito e dietro a lui tanti altri dibattevano la medesima questione, che con ragione il Mamiani giudicava aver lo stesso valore che «cercare quello che accaderebbe al mondo se l'aria avesse manco di ossigene, o il mare di salsedine o la terra ponesse a fare il suo giro sole dodici ore in cambio di ventiquattro»[17]. Se una filosofia della storia è possibile (cosa di cui molti dubitano) è fondandola unicamente sui fatti, quali furono, non quali alcuno potrebbe desiderare che fossero stati. E stando ai fatti, all'anarchia dei duchi Longobardi fu pure un progresso e un ordine dato la feudalità franca, il cui capo, invasato anch'esso dall'idea romana, ricostituisce la dignità imperiale cessata in occidente da oltre tre secoli, fra le ingenue acclamazioni del popolo italiano, che non sospetta neppure di dover essere la prima vittima di questa ricostituzione; alla quale, morto Carlomagno, sottentra un'anarchia feudale, confusa, impotente, buona a nulla, anche quando l'un pretendente sopraffà l'altro, perchè Berengario osa intitolarsi re d'Italia, allorchè non ne signoreggia tanta, se non quanta è compresa fra l'Adige e il Po. — Anche a quest'anarchia viene a metter ordine, dopo oltre settant'anni, una seconda restaurazione imperiale, ma intanto nel consorzio umile, modesto, quasi inavvertito della corporazione d'arte, all'ombra del campanile della parrocchia, sotto l'autorità ecclesiastico-feudale del Vescovo, a cui gli imperatori di casa Sassone concedono via via il potere degli antichi Conti[18], si ridesta e si svolge già tanto di nuova vita italiana, che lo storico Sismondi non dubitò di glorificare quegli Imperatori tedeschi, come i veri fondatori, i veri padri dei nostri Comuni. Lo furono essi in realtà? — A questa quistione, o signore, avete sentito accennare più volte, ma poichè trattavasi della storia speciale dei principali Comuni, era naturale che per accenno soltanto fosse toccata. Or bene, le linee più generali di tale questione son queste[19].

Il nostro Comune medievale è una vecchia istituzione romana, che ha resistito all'urto delle invasioni barbariche e che ha perdurato durante l'ordinamento feudale (il quale ordinamento non è altro in sostanza che la barbarie disciplinata per mezzo del possesso territoriale), ovvero è una istituzione nuova, una istituzione importata, in una parola una istituzione tedesca?

Ma se era indigena, antica, romana, perchè avea aspettato a rivelarsi di nuovo che la feudalità avesse pur dato un assetto qualsiasi alle barbarie, e fosse già passata per tutte le sue vicende storiche e avesse trionfato dappertutto e avesse provveduto a tutte le necessità della vita civile, politica, pubblica e privata?

E se per contrario era nuova, importata da fuori, tedesca insomma, al pari della feudalità, se le sue origini erano da ricercarsi nell'indole degli invasori, nello sciolto individualismo germanico e nelle istituzioni provenienti dalla conquista, come mai sorgeva essa in assoluta opposizione a quest'indole e a queste istituzioni, sicchè il suo trionfo non dovesse essere che a prezzo d'abbattere i castelli feudali e d'assoggettare i discendenti degli invasori alle leggi del Comune? Il Comune insomma è cosa nostra, è un diritto, di cui il popolo italiano non smarrì mai la coscienza, o è un effetto del vassallaggio del regno feudale italico al regno feudale di Germania?

Sì l'una che l'altra opinione ebbero sostenitori di grandissima autorità. Ma oramai prevale, come avrete avvertito, una opinione media fra questi due estremi, un'opinione, che è la più conforme all'indirizzo tutto positivo degli studi storici moderni, perchè tien conto nella soluzione del problema, non di un ordine di fatti soltanto, ma quanto è possibile, di tutti i fatti della storia. Ora il germanismo, la feudalità, la Chiesa, l'Impero, tutti questi sono elementi storici, che concorrono a comporre la vita civile e politica del Medio Evo. Sotto molteplici travestimenti, e con adattamenti diversi, ora vigoroso e visibile, ora debole e quasi perduto di vista, l'antico municipio latino ha bensì perdurato sotto a tutto quel pondo immane di nuove sovrapposizioni, ma com'era possibile che risorgesse del tutto all'infuori estraneo affatto a quegli elementi, in onta ai quali era sopravvissuto? La storia non procede così. Da tutti quegli elementi di vita medievale e insieme dalla conservata tradizione romana nasce dunque il Comune, di cui avete veduto, o signore, i tipi principali in Milano, Venezia, Firenze, e non soggiungo Roma, perchè Roma sta da sè, impigliata più d'ogni altro Comune nella vecchia idea romana della dominazione universale e colla presenza del Papato, di cui vi fu narrato il crescere dell'enorme dominazione spirituale (non certo utopistica questa, perchè sorpassò di gran lunga l'antica dominazione romana), e vi fu narrato altresì il sorgere e progredire della dominazione temporale, cagione principale forse che rese così straordinariamente confusa, tempestosa, anarchica in permanenza, assai più di quella d'ogni altro Comune, la vita del Comune romano. — Milano è il tipo del Comune svoltosi nel regno feudale. — Fra i Comuni marittimi, specie i meridionali, che sottrattisi alla dominazione Longobarda o sotto la debole e lontana sovranità bizantina sono i primi a sorgere e i primi a scomparire, fra i Comuni marittimi Venezia sta sola, Venezia che morirà per ultima di tutte le repubbliche italiane e che costituisce come un lungo episodio della storia nazionale, estraneo a tutte le forme principali del movimento politico dell'Italia[20]. — Firenze infine, il più tardivo degli stessi Comuni toscani e insieme il più glorioso di tutti i Comuni italiani, riassume in sè tutte le forme della vita comunale, ma ad una ad una le elimina tutte per rimanere il gran tipo del Comune democratico, dove neppure avete più, come in Milano, vero governo a Comune, a cui cioè nobili e popolani partecipino ugualmente, ma dopo alterne vicende di governo di nobili, e di governo di nobili e popolo, questo all'ultimo sormonta e crea, ripeto, il gran tipo del Comune democratico. Tant'è che a Firenze il moto comunale si svolge lungo tempo senza che apparisca nessuna spiccata individualità storica, che non sia tutto il popolo, mentre a Milano, la città d'Italia, dove si può dire che il moto, il quale dà origine alle libertà comunali, proceda più manifesto e più regolare, avete una grande successione di grandi uomini, nei quali sarebbe quasi possibile accentrare la sua storia. Milano infatti, la maggior sede arcivescovile di Lombardia, con giurisdizione amplissima, grandi ricchezze, con rito distinto, quasi un altro Papato di fronte al Romano, è delle prime città, che passano dalla podestà comitale a quella del Vescovo ed in Sant'Ambrogio, l'eroe eponimo milanese al IV secolo, s'intravvedono già le prime linee di quella potenza, che dopo terribili vicende ricomparisce in Ansperto di Biasonno nel IX secolo, in Landolfo di Carcano nel X e finalmente in Ariberto d'Intimiano nell'XI, la solenne figura, che in pieno Medio Evo ha ispirazioni e ardimenti politici degni del Conte di Cavour e attorno alla quale vedeste aggrupparsi l'insurrezione dei vassalli minori contro i capitani o vassalli maggiori, come in Lanzone, il nobile ribelle al proprio ordine, il vassallo maggiore, che fa causa comune colla plebe, vedeste accentrarsi il moto glorioso, che riescì all'unione dei vassalli minori con la plebe, e quindi alla libertà del Comune.

Ma siamo nel regno feudale, e nè Ariberto, nè Lanzone, nè capitani, nè vassalli minori, nè plebe, nè Comune, nessuno sogna neppure di ribellarsi all'Imperatore o di disconoscere soltanto l'autorità del Sacro Impero Romano e Germanico, appunto perchè il Comune è una istituzione italiana, che rigermoglia su terreno feudale[21]. E Ariberto incorona due volte di sua mano Re d'Italia Corrado il Salico e lo accompagna a Roma, perchè si cinga la corona imperiale, e il primo pensiero di Lanzone è di rivolgersi all'Imperatore Enrico il Nero, e quando Lanzone ha intimoriti i nobili fuorusciti, e gli ha rimessi in città, e ha perequati i diritti di tutti, e ha costituito il Comune, fa ancora sanzionare questi nuovi ordini nella Dieta Imperiale di Roncaglia. Che se dalla lotta gloriosa, che Ariberto e Milano sostengono contro Corrado il Salico nel 1037, scendete, oltre a cent'anni dopo alla prima lega Lombarda e a Federigo Barbarossa, vedrete bensì che il popolo italiano lotta per mantenere e ricuperare contro l'Imperatore quello che i risorti Comuni chiamano le buone consuetudini, stabilite già dagli Imperatori della casa di Sassonia, allargate da quelli della casa di Franconia e all'ombra delle quali i Comuni stessi si sono ricostituiti; ma se entro le mura della città si smantellano a furor di popolo le rocche imperiali, se le città collegate momentaneamente, combattono in campo aperto contro i feudatari italiani e tedeschi e contro le milizie feudali, che attorniano l'Imperatore, niuno si sogna neppure di non riconoscere la sua autorità nelle Diete, niuno si sogna, quand'anche l'Imperatore è respinto dalle mura cittadine, di non riconoscerlo come giudice ed arbitro fra città e città, di non rispettarlo come il monarca legittimo, che legittimamente porta la corona dei re nazionali e più ancora come il monarca romano, che porta la corona d'Augusto, di Trajano e di Costantino.

Permettetemi di ricordarvi in proposito i mirabili versi del Carducci, che, poetizzando una pagina del Quinet, rappresenta epicamente questo che il Quinet chiama il fascino del diritto imperiale[22].