Fu allora che Umberto Biancamano, già illustre sul versante borgognone delle Alpi per gli alti fatti e le regie parentele, apparve anche sul versante italiano personaggio di molta autorità e di intera fiducia.

Poichè a lui, come al più rinomato capitano d'allora, affidarono il comando di un forte nerbo di truppe i due potenti alleati dell'imperatore in Italia, Bonifacio marchese di Toscana ed Ariberto arcivescovo di Milano.

I quali pare che conducessero personalmente il loro esercito fino ad Aosta, ai piedi del Gran San Bernardo, e che lì ne assumesse il conte savoiardo la direzione. Certo, capitano e soldati si condussero, in quella guerra, con molto e fortunato valore. Se dobbiamo credere ad uno storico non italiano, il signor Frézet[13], fu anzi in una battaglia comandata dal conte Umberto che Oddone di Sciampagna restò prigioniero e fu condotto a' piedi dell'imperatore Corrado, il quale generosamente gli perdonò.

Ciò non tolse che poi, con una seconda slealtà, questo Oddone scendesse in campo nuovamente contro Corrado, approfittando dei torbidi scoppiati tre anni dopo in Lombardia. E qui si trovò a fronte di Gozelone, duca di Lorena, il quale lo affrontò e lo uccise. Ma da questa lotta per la successione borgognona uscì Umberto Biancamano con altro e largo aumento di gloria e di potere.

La parte ch'egli sosteneva aveva trionfato. La Borgogna era divenuta ciò che il testamento di Rodolfo III aveva ordinato, un dominio aggiunto ai re di Germania. Ma questi, in continua lotta cogli Slavi, cogli Ungheri e coi Comuni italiani, non potevano dedicare troppo tempo alla pacificazione ed all'ordinamento del nuovo dominio. Dovettero quindi affidare ad altri l'importantissimo ufficio, e nessuno parve a ciò più adatto del conestabile Umberto, l'intelligente e fedele amico della regina Ermengarda, nel quale gli avvedimenti politici s'equilibravano colle virtù militari. Così il valoroso conte, che era già stato il consigliere di Enrico II per gli affari di Borgogna, divenne co' suoi successori, Corrado II ed Enrico III, il depositario della loro autorità, quasi l' alter ego del principe nei territori del regno aggiunto. Non si vede infatti che, fino alla sua morte, altri personaggi esercitino in Borgogna azione delegata eguale o maggiore della sua. Soltanto dopo che il suo nome scompare dalle carte e dagli eventi dell'epoca, s'istituisce in Borgogna un organismo nuovo di Rettorato o Vicereame, il cui primo titolare politico nell'anno 1057 è Rodolfo, conte di Reinfelden.

È in questo ventennio, fra il 1035 e il 1055, che la casa Umbertina grandeggia e comincia a pigliare andamenti e diritti di sovranità indipendente. I favori imperiali piovono su di essa, a misura che il loro capo consolida, colla sua forte e savia amministrazione, la riunione della Borgogna all'Impero. Quindi, l'alto dominio sulla valle di Maurienne, la contea di Belley, il Chiablese, la Tarantasia, i castelli di Morat e di Chillon, una gran parte del basso Vallese vengono ad aggiungersi, per donazione di principe, agli antichi possedimenti del conte Umberto. La famiglia savoina viene sempre più risalendo i versanti occidentali delle Alpi; pensiero giusto e politico dei re di Germania, i quali, avendo più volte a combattere nemici così nella valle del Rodano come in quella del Po, sentono l'utilità di lasciare le chiavi del passaggio fra queste due valli nelle mani d'un custode fedele e potente, che non se le lascerà togliere nè da insidie nè da minaccie.

Assicurato da questa fiducia, il Biancamano non ha più che a lottare contro giurisdizioni vescovili, per lo più sprovvedute di titoli legittimi, e usurpate durante il lungo e fiacco dominio dell'ultimo re, ed egli le combatte in due modi: mostrandosi più forte dei vescovi, allorchè questi spingono l'audacia fino ad assumere contegno di ribellione; mostrandosi più generoso di loro, nei territorî dove la doppia giurisdizione coesiste.

Così egli è costretto a combattere colle armi Everardo, vescovo di San Giovanni nella Morienna, che aveva chiuso in faccia alle milizie imperiali le porte della città. Questa venne presa d'assalto e data alle fiamme; ma, temperando gli ordini crudeli ricevuti dall'imperatore, Umberto non permise che l'onore e la vita degli abitanti restassero in balìa della soldatesca sfrenata, come allora avveniva regolarmente dopo ogni successo di questa natura.

Contemporaneamente egli largheggiava in beneficenze, in erezione di chiese e di conventi, in donazioni a monasteri e a comuni; e siccome i prelati dell'epoca erano d'ordinario più tenaci nell'acquistare che nel donare, la popolarità di Umberto si veniva fondando sopra due fra i sentimenti umani più universali: il rispetto che impone la forza, la simpatia che inspira la generosità.

Anche ne' suoi concetti di governo, il Biancamano mostrava una larghezza d'intelletto, che lascia presagire l'avvicinarsi della civiltà. Quel suo rispetto per la vita e per l'onore dei vinti lo stacca nobilmente da tutta la tradizione contemporanea, che pur troppo avrebbe trasmessa ad altri secoli la crudele indifferenza dei Principi verso i più sacri diritti dell'umanità. E già si affaccia alla mente di Umberto il germe prezioso della pubblica economia; perchè appare mescolato alle trattative condotte qualche anno prima fra la Borgogna e il savio re Canuto di Danimarca, per istringere fra i due paesi un trattato che guarentisse ai commercianti libertà di passaggi e di scambî.