Queste le glorie, le fortune, le opinioni del conte Umberto dalle bianche mani. Senonchè finora sul nostro personaggio non vediamo scendere quel fato che lo farà progenitore della dinastia italiana. Egli possiede bensì in Italia, ma infinitamente meno che nella Savoia e nella Borgogna. Egli è soprattutto un alto rappresentante dei re di Germania nella valle del Rodano. È un principe borgognone ed ha sposato Ancilia, una figlia dei principi del Vallese. Occupa la sommità delle Alpi e dispone dei tre passaggi allora più facilmente usati, il Moncenisio, il piccolo San Bernardo e il gran San Bernardo. Ma nulla addita che il suo avvenire lo porti a scendere piuttosto il versante orientale che il versante occidentale di queste cime. Finalmente nel 1045 il fato smaschera le sue batterie. Cupido s'incarica di combattere, e, come al solito, di battere Marte. La guerra di Borgogna avrebbe potuto determinare una dinastia francese: un matrimonio determina la dinastia italiana.
*
Tra le famiglie giunte rapidamente a grande Stato sul versante alpino opposto a quello così largamente dominato dal conte Umberto, era la più illustre, per vastità di possessi e rinomanza di imprese, quella di cui era capo Olderico Manfredi, marchese di Torino.
A differenza della famiglia Umbertina, era di origine forestiera, poichè discendeva da un soldato germanico, Arduino, venuto a cercar fortuna in Italia sui primi anni del secolo antecedente. E la fortuna era venuta, insieme all'onore, poichè la famiglia Arduinica era stata fra le più risolute nel combattere e nello scacciare dalle Alpi i Saraceni: impresa che creava in quel tempo, e giustamente, la nobiltà delle stirpi e l'aureola degli eroismi.
Alla fine del 900 troviamo già Olderico Manfredi, signore di Torino e di Susa, proprietario, per eredità materna, di vasti dominî, posti nel marchesato di Mantova, e sposo a Berta, figlia di un altro marchese, Oberto d'Este, signore di Genova. Vent'anni dopo, la fine drammatica del re Arduino mette a disposizione del re di Germania il vastissimo marchesato d'Ivrea; e questo, per singolare benevolenza di Corrado il Salico, viene aggiunto ai dominî di Olderico Manfredi, il quale si trova così divenuto il maggior proprietario delle valli insubri e probabilmente l'unico personaggio investito di due marchesati in Italia.
Poichè non era piccola dignità nè piccola cura in quei tempi l'essere marchese.
Più dei duchi e più dei conti, dei quali ho avuto occasione d'intrattenervi a proposito di Milano, i «marchesi» rappresentavano quella massima forma di sovranità che era possibile esercitare, dopo e sotto l'autorità suprema dell'impero feudale.
A Milano, e in genere nelle città di pianura, prevalevano i conti; ma alle falde delle Alpi e degli Appennini, d'onde calavano d'ordinario i nemici, prevaleva l'istituzione dei marchesati, i quali raggruppavano sotto essi parecchie contee, ed erano propriamente grandi autorità militari, destinate a contenere, a frenare o a respingere i primi assalti di nuovi invasori. Perciò la dignità marchionale, pur essendosi tramutata in ereditaria, come le altre dignità feudali, non era però mai trasmessa alle donne, nelle quali non si supponeva sufficiente il genio militare. E infatti, non sono marchese, ma contesse, quell'Adelaide e quella Matilde, alla cui grandezza ed autorità politica s'inchinarono in quel tempo i più potenti uomini dell'Europa.
Non erano stati che tre in origine i marchesati istituiti da Carlo Magno in Italia: quello del Friuli, quello di Spoleto e quello di Toscana. A dieci erano saliti verso la fine del secolo decimo; e di questi il territorio corrispondente al Piemonte odierno ne comprendeva soli quattro: quello di Torino, quello d'Ivrea, quello di Genova, affidato agli Obertenghi, e quello di Savona, occupato dagli Aleramici, intorno alla cui leggenda ha scritto un dramma così soave quel simpatico ingegno di Leopoldo Marenco.
È facile dunque immaginarsi che potenza e che riputazione dovesse avere il capo di una famiglia, nella quale si trovavano congiunti due marchesati. Senza notare che fratello ad Olderico Manfredi era il signore del potente comitato di Asti, quel vescovo Alrico, che doveva più tardi mescolarsi nelle guerre civili di Milano e perire fra quelle stragi.