Genova, Ferrara, Urbino, Firenze, Venezia, Mantova, Roma, fra le altre molte città avevano raggiunto un grado così alto di agiatezza, che dovevano necessariamente resistere a lungo contro le cause esterne che si sono rivolte a loro danno. La affermazione pertanto che le scoperte marittime dei Portoghesi, degli Spagnuoli e degli Olandesi avessero senz'altro mutata repentinamente la condizione economica della penisola, va confinata tra le leggende che hanno soltanto l'ombra della verità; come pure va rigettato l'altro concetto che la dominazione spagnuola, per la importazione di costumi, di abitudini e di tendenze molto differenti dalle italiane fosse causa unica del decadimento economico.
Non nego certamente che le novità geografiche e le mutazioni politiche non abbiano sensibilmente contribuito alla diminuzione della prosperità italiana, ma ritengo sia più facile dimostrare e provare che le stesse condizioni economiche, nelle quali si trovava l'Italia al principio del Cinquecento, avevano intrinsecamente il germe del decadimento, e che gli avvenimenti geografici e politici, a cui ho fatto cenno, non furono in gran parte se non la causa occasionale del decrescere della fortuna pubblica e privata.
Starei per dire che tutto ciò che è logico è anche fatale; e nei fatti individuali come nei fatti delle grandi collettività — gli stati e le nazioni — meno eccezioni rarissime che formano poi l'oggetto della generale meraviglia — lo svolgimento dei fatti economici segue un indirizzo che mi pare conseguenza quasi inevitabile di alcuni caratteri della natura umana. Al faticoso accumularsi delle ricchezze con una cura parsimoniosa che pare fino avarizia, segue quasi sempre in generazioni successive prima l'uso intelligente ma largo delle ricchezze stesse, poi il fasto vano e smodato, lo sperpero, e finalmente la soggezione economica. E questo quasi generale procedimento, che riscontriamo tanto spesso nelle famiglie, si incontra anche nella vita delle nazioni.
Atene e Roma ne sarebbero splendidi esempi.
Qualche cosa di simile ci presenta l'Italia nei secoli che corrono dal mille al milleseicento. Il primo periodo è tutto di lavoro attivo ed intelligente il quale è conseguenza di due fatti principali: gli enormi guadagni che le città marittime della penisola conseguono col trasporto dei crociati e coi traffici che massimamente si svolgono coll'Oriente; l'incremento delle industrie favorito da una specie di libertà della produzione acquistata dai comuni.
Infatti dal mille al milletrecento circa quella parte dei fatti economici pur troppo ristretta, che gli storici hanno illustrata, ci mostra l'Italia invasa da una febbre salutare di lavoro, fino al punto che alla aristocrazia della spada che dagli alti castelli dominava ancora la campagna, si contrappose a poco a poco un'altra aristocrazia che a Venezia, a Genova, a Firenze, in Lombardia, in Piemonte, dapertutto, diventa potente e prepotente, l'aristocrazia sorta dai commerci e dalle industrie.
E qui per dimostrare questo solo punto della ricchezza commerciale dell'Italia nell'epoca che precede il 1400, non mancherebbe certo il soccorso della storia che del resto è a tutti nota. Chi non conosce gli 80 banchi fiorentini sparsi nell'Italia e le succursali aperte in tutto il mondo? chi non ha letto che i Pazzi, i Capponi, i Buondelmonti, i Medici, i Corsini, i Peruzzi, i Rucellai sono banchieri, fabbricanti, importatori ed esportatori di lane, di panno, di sete? Ed è per estendere questo commercio che Firenze acquista per centomila fiorini d'oro il porto di Livorno ed a spese dello Stato costruisce due flotte una che esercita il commercio coll'occidente, l'altra coll'oriente. E la lana greggia si importa dalla Spagna, dalla Francia, dall'Inghilterra, dalla Fiandra, si tramuta in tessuti che prendono la via del levante; dal levante e dalla Sicilia si importa la seta greggia per farne velluti, broccati ed ogni genere di finissimi lavori che si vendono poi a tutta Europa; e dalla Francia venivano i tessuti che si tingevano a Firenze e davano vita all'arte dei Calimala.
E Venezia, prima col modesto mercato del sale poi cogli scambi di prodotti diversi tra l'Asia e l'Europa che nell'Egitto avevano lo scalo, più tardi coi grandi guadagni che il trasporto dei crociati e l'approvvigionamento di tanta gente, la quale non soltanto dall'ascetico sentimento di liberare il sepolcro di Cristo, ma, come lamenta un principe contemporaneo, è mossa dall' amor auri et argenti et pulcherrimarum fœminarum voluptas, Venezia accresce la propria fortuna. Ricordo a tale proposito un solo fatto che vale per tanti altri analoghi. Col trattato di alleanza stipulato dai Veneziani per il trasporto della quarta crociata, il doge di Venezia si obbligava di imbarcare e condurre in Oriente 4500 fanti, altrettanti cavalli, 9000 corazzieri, e 20,000 pedoni, e di mantenerli con razioni stabilite di pane, legumi, vino ed acqua per tutto il viaggio; il prezzo convenuto era di 85,000 marchi d'argento di buona lega e peso di Colonia. Ma quando arrivati a Venezia i capitani non hanno il danaro, il doge si rifiuta di trasportarli; e quando i crociati spogliandosi di ogni cosa all'infuori delle armi e dei cavalli e portando alla zecca del Doge per farne valori begli e ricchi vasellami d'oro e d'argento ne traggono 35,000 degli 85,000 marchi, i Veneziani li accettano, purchè i crociati li aiutino a prender Zara, sperando però che Iddio per mezzo di comuni conquiste dia ai crociati il modo di pagare gli altri 50,000 marchi. Nè valsero le proteste del Papa, e le resistenze degli stessi crociati che non volevano combattere il Re d'Ungheria esso pure crociato; l'interesse prevalse ad ogni considerazione, Venezia ebbe Zara prima, Costantinopoli poi, e soltanto più tardi mosse senza successo coi crociati a liberare il santo sepolcro.
Calcolano alcuni che cinque o forse sei milioni d'uomini si recassero in Terra Santa nel tempo delle crociate; è difficile stabilire una cifra attendibile, ma è certo che il movimento delle persone, dei cavalli e dei viveri necessari a mantener tanta gente che si imbarcava a Venezia, a Genova, a Bari, a Marsiglia, deve essere stato enorme. Ed intorno a questa moltitudine di cui facevano parte imperatori, re, capitani, guerrieri, famigli, matrone, sacerdoti, avventurieri ed avventuriere, pellegrini e pellegrine, che a centinaia, a migliaia, quando a drappelli ordinati in armate, quando in turbe disordinate intraprendevano il santo viaggio, stava quello sciame di trafficanti di tutti i generi che vive e guadagna sui più urgenti bisogni altrui. Oggi si avrebbero appaltatori, impresari, aste, forniture, frodi, corruzioni, allora i nomi erano diversi, ma non diverse erano le cose.
A questi fattori notevolissimi di lusso per quasi tutte le città marittime italiane, si aggiunga per Venezia la straordinaria attività del suo governo, della sua politica e dei suoi cittadini che resero quella Repubblica il paese commercialmente più ricco del mondo. Essa tiene sul mare 3000 navi mercantili, 45 galere, 25,000 uomini. E basterebbe ricordare la relazione del doge Mocenigo al Senato nel 1421 per comprendere quale fosse la importanza del traffico di quel tempo. Per il Po e per i canali che avevano diramazioni in Lombardia e fino a Tortona ed a Novara i Veneziani mandavano 20,000 quintali di filo, 50,000 di cotone, 40,000 di lana catalana, ed altrettanti di lana francese, 250,000 ducati di stoffe di seta ed oro, 3000 carichi di pepe, 400 pacchi di cannella, 2000 quintali di zenzero, 25,000 ducati di zucchero, 30,000 di sostanze tintorie, 250,000 di sapone, e 30,000 di schiavi. Venezia comperava dagli stessi luoghi 90,000 pezze di panno e riceveva a saldo più di un milione e mezzo di zecchini. E senza riferire maggiori particolari accennerò che quella relazione riassume in 10 milioni di zecchini il complesso del commercio di Venezia, corrispondenti a 110 milioni delle nostre lire, quindi, al valor odierno, a circa mezzo miliardo di traffico; tutta l'Italia oggi non arriva a due miliardi di commercio internazionale.