L'interesse del danaro era in molti punti d'Europa in quel tempo anche del 20 per cento; e se questo era il saggio del profitto che la produzione ed i commerci tanto sviluppati in Italia, ritraevano, si può spiegare agevolmente come in breve tempo le città della penisola mirassero alle grandi concezioni dell'arte, della intelligenza, degli studi. Vi spiegate subito perchè appunto in quell'epoca che chiamiamo Rinascimento si adornassero le città italiane di quei monumenti che formano oggidì la maggiore e più ammirata testimonianza della ricchezza pubblica e privata. Se si raccolgono colle date rispettive in un elenco i grandi edifizi innalzati nel XII, XIII e XIV secolo, si costituisce quasi il riassunto di una guida per tutto ciò che di più altamente artistico oggi ancora in Italia si ammiri. Nè certamente occorre che qui dinnanzi a voi ricordi la gloriosa serie che da Santa Maria del Fiore al Duomo di Monreale, dalla sala della Ragione di Padova al Duomo di Orvieto, dal Palazzo di Belfiore di Ferrara al Duomo di Milano, alla Certosa di Pavia, a San Petronio di Bologna contiene tante manifestazioni di raffinata intelligenza; nè debbo ricordare le opere grandiose quali il ponte sul Ticino, i canali del Veneto, le arginature e deviazioni dei fiumi, ecc., ecc.
Ed è la conquistata agiatezza che dà modo agli studi di svolgersi e di accrescere la coltura; sono le corti dei principi ed i governi degli stati liberi, sono le scuole delle arti e le stesse popolazioni che incoraggiano il rinascimento intellettuale ed onorano i grandi scrittori ed artisti e vanno a gara per disputarseli e vogliono godere della voluttà del pensiero. Egli è che, se mi è permessa una riflessione aridamente economica, il lusso intellettuale viene dopo la diffusione della ricchezza; non si troverà l'arte, lo studio, la poesia, la scienza in quei popoli presso i quali lo scarso profitto del lavoro permette appena la soddisfazione dei materiali bisogni. Nei popoli l'apprezzamento delle più alte manifestazioni del pensiero è quasi sempre incompatibile coll'angustia economica. Nell'epoca a cui accenno le repubbliche decretavano ad esempio che si costruisse il più bel tempio del mondo in attestazione della potenza e della ricchezza della nazione; oggi si farebbe un'asta, con un capitolato d'oneri, col ribasso del vigesimo, ed il Consiglio comunale discuterebbe sulle dimensioni delle arcate e si approverebbero a maggioranza le regole d'arte. E davanti allo splendore antico, in mezzo al quale viviamo, ci lamentiamo della insufficienza contemporanea, e non notiamo abbastanza che deriva dalla scarsezza dei mezzi.
Ma se mai alcuna prova occorresse a questa sconfortante riflessione si ponga mente che il risorgimento economico dell'Italia ed il conseguente rinascimento artistico e letterario, si verifica in tutta la penisola, non ostante la grande varietà degli ordinamenti politici e sociali; tanto a Venezia dove dominava una oligarchia tirannica, quanto a Firenze dove talvolta la turba, che oggi si direbbe scamiciata, afferrò il potere. La storia con numerosi esempi, troppo spesso dimenticati, mostra la impotenza dei governi a creare o a distruggere la ricchezza; nella maggior parte dei casi sono le stesse condizioni economiche quelle che generano un inevitabile decadimento, ed i Governi, fiacchi o corruttori o corrotti, sono essi stessi il prodotto e non la causa di quelle condizioni. Perciò nel tempo di cui parlo vediamo a poco a poco manifestarsi i sintomi di due mali che saranno lenta ma determinante causa del decadimento: da una parte il lusso smodato che si esplica nel godimento dei risparmi accumulati; dall'altra il timore della attività altrui il quale si manifesta colle proibizioni economiche.
Anche qui sono obbligato a brevi cenni.
Già alla fine del 1400 cominciano le leggi suntuarie: non è più il tempo nel quale i Fiorentini vendevano agli stranieri i fini panni delle loro fabbriche, mentre si vestivano di stoffe grossolane. A poco a poco Firenze divenne il centro del lusso, delle belle arti e del buon gusto; la facilità stessa con cui il danaro si guadagnava e da ogni parte affluiva, eccitava alle spese ed alla prodigalità, ed il lusso dell'abbigliamento delle donne fiorentine, già lamentato da Dante, non ebbe più limiti. L'anno scorso un simpatico e dotto conferenziere vi ricordò molte leggi contro il lusso promulgate a Firenze ed in pari tempo ve ne dimostrò la inefficacia; non altrimenti avveniva a Venezia. Trovo un decreto con cui per limitare le spese eccessive “de pasti a colazion de nozze et compagnie„ la repubblica proibisce i confetti pieni di liquori “cioè quelli che se chiamano senza corpo„ e proibisce di illuminare il banchetto con “più di sei torze del peso di lire 6 l'una„; ed alle donne proibisce “de portar al colo più de un filo de tondini d'oro schietti che non eceda el prezio de 25 ducati od una cadenela d'oro schietta la qual no ecceda el valor de ducati 100„; e proibisce pure di portare “maneghe et petorali tessuti d'arzento over d'oro„; di un valore maggiore di venti ducati in tutto; ed ordina che “le maneghe a comedo„ sieno fatte in modo da non richiedere più “de un terzo de brazo de seda„. Ed anche la coda richiama l'attenzione della Repubblica la quale proibisce che “alcuna dona over putta de questa città possino portar alcuna veste la qual habbia più de una quarta de coda, sotto pena de perder la vesta e de pagar 25 ducati per una e cadauna volta„.
Prescrizioni severe ci paiono oggi ma altrettanto inutili. Era il lusso una conseguenza inevitabile dell'accumulazione della ricchezza, od era un prodotto di cause particolari, di ordinamenti civili, di forme di governo, di rilassatezza di costumi?
Se si riflette che gli stessi inconvenienti si lamentavano e gli stessi inutili rimedi si tentavano a Venezia, a Milano, a Mantova, a Genova, a Firenze, a Roma dove pure tanto diverse erano le condizioni politiche e dove i Governi avevano caratteri tanto differenti, è da credersi che il lusso smodato, che non si limitava al vestire delle donne, ma si manifestava nel giuoco, nelle feste pubbliche, nei funerali, nei viaggi con seguiti numerosi, non fosse che un prodotto, inferiore se si vuole, ma egualmente intrinseco di quelle stesse cause, che avevano dati i templi sontuosi, le fabbriche pubbliche ricche di marmi, i palazzi splendidi di ornamenti. Dall'arte pura si passava grado a grado a quella esuberanza di decorazione nell'ornamento che troverà più tardi nel barocchismo la sua sgraziata apoteosi.
Ma ho detto dianzi che assieme al lusso un altro germe roditore della ricchezza pubblica e privata si manifestava nelle città italiane: il timore della attività altrui. Finchè a tenere il commercio e l'industria nel maggiore splendore erano sopratutto e quasi unicamente le maggiori città italiane Firenze, Genova, Milano, Venezia, la libertà della produzione era dai comuni quasi generalmente accettata e fatta rispettare; si può anzi dire che sopratutto sulla libertà del lavoro sorgessero e si consolidassero queste nuove collettività italiane. Le diverse costituzioni o statuti, come allora si chiamavano, che ci rimangono, o che più furono dagli storici studiati, più che mirare ad un ordinamento politico, tendevano ad assicurare alla cittadinanza, dopo la giustizia, franchigie economiche, finanziarie, fiscali. Il giuramento del capitano per mantenere le consuetudini di Genova è tutto un riassunto di diritto civile sulle servitù reali e personali: i Pisani avevano principalmente chiesto ed ottenuto il riconoscimento e l'osservanza delle costitutiones quas habent de mari; e Messina e Lucca e tante altre città fondano il nuovo diritto di libertà sulle esenzioni doganali, sul diritto di coniar moneta, sulla libertà di tagliare nelle foreste regie per il naviglio, sulle imposizioni fiscali, sui livelli, sulle prescrizioni, ecc., ecc.
Ma quando la attività industriale e commerciale si diffonde e si estende, allora sorgono le invidie, le rivalità, e incomincia il protezionismo con quelle forme violente che caratterizzano tutti i rapporti di quell'epoca tra città e città. È infatti poco prima del 1500 che si estendono dovunque le dogane, specie di fondaci dove dovevansi introdurre tutte le merci che venivano di fuori e che erano custodite da un Massaio di dogana, nè più nè meno dei nostri magazzini generali e dei nostri porti franchi; ed è nella stessa epoca che i decreti che applicano i dazi cominciano a parlare non soltanto di necessità dell'erario, ma della importanza di proteggere le arti e gli operai della città.
Nel monito del Sercambi ai Guinigi di Lucca trovo già che lamentando la decadenza dell'arte della seta “la quale era quella che riempiva Lucca di denari„, esprime il consiglio che non se ne permetta la importazione, colla sentenza: “almeno quello che per noi far si può per altri non si faccia.„ E poi voleva che i vini forestieri non si ammettessero in Lucca e nel contado “se non con grossa e smisurata gabella„ giustificando la sua proposta coi soliti sofismi, che i vini forestieri essendo migliori allettavano di più, mentre quelli del paese si gettavano, rovinando così l'economia dei poderi. E da questi particolari suggerimenti passando a più grandioso concetto, il Sercambi formula una completa teoria protezionista. Trova triste la condizione delle arti e crede che migliorerebbero se il contado comperasse soltanto in Lucca quello di cui abbisogna; allora ogni cittadino Lucchese guadagnerebbe e si aprirebbero fondachi sperando di vendere al contado; vorrebbe a tale scopo che fosse sequestrata ogni merce che “si conduce nel contado et non sia tratta di Lucca„; fa eccezione per alcuni commestibili e per il legname contentandosi che siano tassati nella entrata e nella uscita. E conclude: