Nell'ottobre, la Compagnia era ancora a Parigi. Poi sembra si riscindesse; chè, nel 1572, sentiam parlare di Gelosi a Genova e, nel '74, a Venezia, e intanto il Ganassa va a cercar fortuna di là dai Pirenei. Egli che avea fatto tanto ridere i francesi contraffacendo un borioso gentiluomo spagnuolo col nomignolo di baron de Guenesche a cui faceva parlare un misto di bergamasco e di spagnuolo, ora va alla Corte di Filippo II, a far ridere, se non il Re che dicon non ridesse mai, appunto quei baroni valamediós!
Da qualche anno un misterioso dramma si era chiuso in quella Corte: la primogenita di Caterina de' Medici, promessa sposa al principe don Carlos ma sposata poi dal re Filippo, si era spenta d'un male arcano nella fiorente giovinezza di ventitrè anni; e con lei era stato spento il principe amante. Isabella o Elisabetta di Francia avea fatto da spettatrice e da attrice nelle recite che s'eran date nella Corte francese; e in Ispagna, per quegli anni che vi rimase, fece forse brillare il sorriso delle Muse che s'eran ridestate così vezzose nel fiorito nido del suo casato materno. Certo, la compagnia “des comediantes italianos, cuya cabeza y autor era Alberto Ganassa„, vi ebbe lieta accoglienza. Rappresentava “comedias italianas, mímicas por la mayor parte y bufonescas de asuntos triviales y populares„, nelle quali figuravano “las personas de Arlequin, del Pantalon, del Dotore, etc.„ E un contemporaneo ci fa fede che, sebbene il Ganassa non vi fosse “bene e perfettamente inteso, nondimeno, con quel poco che s'intendeva, faceva ridere consolatamente la brigata; onde guadagnò molto in quelle città, e dalla pratica sua impararono poi gli Spagnuoli a fare le commedie all'uso hispano, che prima non facevano„.
Non vogliate credere che codesta sia una vuota vanteria. La commedia popolare italiana fece colà l'effetto d'una folata di vento che spazzasse via la nebbia dei pregiudizi. E non è forse senza merito del Ganassa se Lope de Vega, che allorchè questi andò in Ispagna era sui dodici anni, potè dire: “Quand'io mi metto a scrivere una commedia, chiudo le regole sotto dieci chiavi e mando fuori della mia stanza Plauto e Terenzio per paura che non mormorino contro di me. Scrivo seguendo la maniera che hanno inventata quelli che ricercano gli applausi del pubblico. Giacchè infine, visto ch'è lui che paga, mi sembra giustissimo parlargli, magari da ignorante, sempre però in modo da divertirlo.„
VII.
Quei compagni del Ganassa che non lo aveano seguito di là dai Pirenei, recitarono nel carnevale del 1574 a Venezia, e nella primavera trapiantaron le tende a Milano, dove concorsero alle feste che la città celebrò in onore di don Giovanni d'Austria, l'eroe di Lepanto. Ma nel luglio erano richiamati sulle lagune.
Doveva passar per Venezia il secondogenito di Caterina de' Medici, Enrico re di Polonia, che, morto il fratello Carlo, correva ad occupare il trono ereditario. La Serenissima si diede un gran da fare per riceverlo degnamente; e, tra l'altro, mandò ai confini quattro patrizi per sapere dalla bocca del Re quali divertimenti gli andassero più a sangue. E quel principe, ch'era fuggito di notte, per una porticina segreta, dalla reggia di Varsavia, venendo così meno ai suoi regali impegni verso quel popolo generoso che se l'era eletto a sovrano; quel principe, a cui la madre ingiungeva di affrettarsi per venire ad impadronirsi della corona più temuta d'Europa; tra le cure e le ansie d'un viaggio fortunoso, trovò il modo di far sapere al governo della Repubblica che egli aveva un ardente desiderio di sentir recitare i commedianti che erano stati a Venezia nell'inverno: specialmente la prima donna, della quale la fama era giunta sino a lui! Particolare degno della fantasia di Shakespeare! E com'è comico quel futile affaccendarsi dell'ambasciatore repubblicano perchè non manchi la bramata donna agli svaghi del Re Cristianissimo; e del residente milanese perchè i commedianti si trovin pronti a Venezia pel giorno dell'arrivo!
Non ci fu tempo che di rappresentar due commedie improvvise e una “molto grata et gratiosa„ tragicommedia. Anche di questa dicono sentisse “mirabil piacere„ quel re tragicomico. Ma non pare che della donna rimanesse molto sodisfatto. Eppure, che perfezione quella signora Vittoria! “Divina Vittoria„ — esclama un contemporaneo — “che fa metamorfosi di sè stessa in scena; .... bella maga d'amore che alletta i cori di mille amanti con le sue parole; .... dolce sirena che ammaglia con soavi incanti l'alma dei suoi divoti spettatori; e senza dubbio merita d'esser posta come un compendio dell'arte, avendo i gesti proportionati, i moti armonici e concordi, gli atti maestevoli e grati, le parole affabili e dolci, i sospiri leggiadri ed accorti, i risi saporiti e soavi, il portamento altiero e generoso, e in tutta la persona un perfetto decoro, quale spetta e s'appartiene a una perfetta commediante„. E un altro contemporaneo che fece da cronista di quelle feste, Thomaso Porcacchi, la disse “unica„. Tuttavia il re Enrico, quando qualche anno dopo ebbe dato assetto agli affari di Stato e potè ripensare ai bei giorni trascorsi a Venezia, non richiese più di lei con l'antico entusiasmo; scrisse invece di suo pugno all'ambasciatore francese presso la Repubblica questo biglietto:
Maintenant que la paix est faite en mon royaume, je désire faire venir par de ça le Magnifique qui est celuy qui me vint trouver à Venise lors de mon retour de Pologne avec tous les comédiens de la compagnie des Gelosi. Je vous prie faire chercher le dit Magnifique, et luy dire qu'il me vienne trouver suivant la lettre que je luy escris, laquelle vous luy ferez bailler: vous luy ferez aussy fournir l'argent qui luy sera nécessaire pour son voyage et me mandant ce que vous luy aurez baillé. Je commanderay à ceux de mes finances qu'il vous soit aussy tost rendu...
Henry.
Giulio Pasquati era in verità un Magnifico non soltanto di nome. Il cronista aveva già detto di star in dubbio, nella sua maniera di recitare “qual sia maggiore in lui, o la gratia o l'acutezza de' capricci spiegati a tempo et sententiosamente„. Per il momento però non era a tiro: deliziava un altro monarca, l'imperatore d'Austria; e bisognò aspettare che terminasse colà i suoi impegni. Ad ogni modo, il 25 gennaio del 1577 egli insieme coi Gelosi era a Blois, dove il re Enrico aveva convocati gli Stati Generali; e quella stessa sera recitarono, innanzi al miglior fiore dell'aristocrazia francese e nella medesima sala, superbamente addobbata con arazzi istoriati a fil d'oro, dove si radunavano i rappresentanti della nazione. Giungevan con un po' di ritardo, anche perchè per via, nelle vicinanze della Charité sur Loire, eran caduti nelle mani degli Ugonotti, che avean preteso ed ottenuto dal Re un considerevole riscatto; ma sempre in tempo per far girar la testa a quegli affaccendati oziosi. Nè valse che un ardimentoso predicatore della Corte spingesse la sua audacia sino a biasimare, alla presenza stessa del Re, chi interveniva a quegli spettacoli profani e scandalosi; poichè quel giorno medesimo i sovrani e la Corte si recarono alla commedia!