I primi teorici (come dovevano) queste domande se le son fatte di sicuro. Ma a chi e a che chiesero le risposte? Errore fatalissimo, le chiesero alla fisica e alla matematica; all'essenza e a' fenomeni del suono, cioè, e alle proporzioni e alle ragioni de' numeri; mentre dovevansi chiedere alla fisiologia; all'uomo, voglio dire, a' suoi istinti, al suo organismo, a' suoi modi di percepire e di sentire.
Presa quella falsa via, i teorici vi si ostinarono ingannati dalla necessità in cui si trovarono di mettere a base di tutto il processo tecnico: la scala. È quella una necessità imprescindibile. Senza la scala, l'assetto teorico della musica è addirittura impossibile.
Ma la teoria è una cosa, e la pratica è un'altra.
Nella pratica la scala non è più e non è per nulla una base; è una successione di suoni qualunque; è uno schema melodico puro e semplice, e, come tale, è anch'esso un portato di quella prima legge fisiologica che rimase sin qui, e che forse rimarrà sempre, uno de' tanti misteri della natura.
Per dimostrare a che approdasse il primo errore de' trattatisti, e per dare un'idea delle nuove e singolari condizioni in cui si trovò la musica sul principio del seicento, debbo trattenermi ancora su quella tediosa materia che è la teoria.
Farò d'esser breve; ma, ad ogni buon conto, voi o Signore e Signori, fate d'aver lunga la pazienza.
Dalla scala, naturalmente, si passò ai così detti Toni o Modi. Nessuno ignora quale importanza s'assegni dai pratici alla conoscenza dei Toni.
Per qualificare un musicista imperito e inetto, s'è detto sempre: Non distingue nemmeno i Toni; — non sa mai in che tono canti o suoni.
Or bene, ecco quale fu dal secolo IV sino a tutto il XVI, la stabilità della teorica de' Toni. — Non fo quistione che di numeri!
Sant'Ambrogio ne riconobbe quattro. — Cassiodoro, poco dopo, ne riconobbe quindici. — San Gregorio, cui i quindici parevano troppi, li ristrinse ad otto. — Ma a soli otto, parecohi musicisti d'allora non ci volevan stare; e quindi, specialmente fra gli addetti alle cappelle italiane e gli addetti alle cappelle francesi, dissidii, controversie, dispute acri e violenti, tanto e per modo, ch'ebbe ad intromettersi (o, piuttosto, a sopramettersi) l'Imperatore Carlomagno, il quale, tutto ben considerato e ponderato, decretò che i Toni non erano nè quattro, nè quindici, nè otto; ma bensì dodici, non uno più non uno meno! Se non che alcuni anni dopo, vedendo o credendo di vedere che le cose della musica andavano alla peggio, Carlomagno non dubitò di disdirsi, decretando invece che dovevasi ritornare agli otto di San Gregorio.