Ma quell'argomento non mena già, come vorrebbero gli oppositori, ad una modificazione o ad una riforma, mena bensì (e inevitabilmente) alla negazione ed alla condanna del melodramma in sè stesso. Perchè, non ammessa la convenzione che i suoi personaggi parlano cantando, il melodramma si rende impossibile, non può essere.

E se ben si guarda, con quell'argomento si negano e si condannano tutte le arti belle; perchè tutte s'appoggiano ad una convenzione; perchè in quello stesso modo e in quella stessa misura che è falso ed assurdo il personaggio del melodramma che parla cantando, è falso ed assurdo quello della tragedia che parla in versi, e quello della pittura che non si muove e non parla mai, e quello della scultura che non si muove, non parla ed è tutto di un colore solo.

Di quante sono le arti, nessuna prende tanto dal vero e può darne tanto, quanto la drammatica. — Ma anche la drammatica ha le sue convenzioni. Ed è in grazia di esse che il drammaturgo può stringere e condensare in due o tre ore, la rappresentazione di fatti i quali, nel vero, non potrebbero svolgersi che in parecchi giorni e in mesi e in anni. È in grazia di quelle convenzioni che delle tante circostanze che accompagnano i fatti, il drammaturgo, secondo quello speciale intento che s'è proposto di ottenere, può lasciar quelle e prender queste, può prenderne una sola o nessuna se gli torna; e che nello svolgimento così dell'azione come de' caratteri, può far uso di un ordine di artifizi analoghi a quelli che i pittori chiamano scorci; e pei quali lo spettatore vede ciò che realmente non c'è.

E nella commedia e nel dramma, che cosa sono rispetto al vero, i soliloqui? Che cosa sono quegli “ a parte „ così frequenti, che si vogliono uditi da tutti gli spettatori, e che gli spettatori devono credere non uditi dai personaggi che sono sulla scena e ai quali, magari, son detti proprio sul viso? Con questo non è forse stabilito e accettato: che il personaggio della commedia e del dramma, pensa, riflette e sente, — parlando?

Gli oppositori del melodramma non hanno osservato: che il fine delle arti belle, non è già la sola ed esatta riproduzione del vero, ma sì la esplicazione, per mezzo del vero, di un sentimento o di un'idea!

Non hanno osservato: che all'opera d'arte non si cerca già la commozione, in genere, che può destare il vero, ma sì quella commozione che il vero ha destato nell'artista; e dall'artista fecondata e portata ad espressione di bellezza.

Da cui quella commozione sui generis che dicesi estetica.

Gli oppositori del melodramma non hanno osservato: che il sentimento e l'amore dell'arte sono insiti nella natura dell'uomo; che sono inerenti alle sue facoltà e a' suoi bisogni intellettuali; che muovono, in conclusione, da un istinto. E non hanno osservato: che le convenzioni fondamentali delle arti sono il primo e necessario portato di quell'istinto appunto. Del che s'ha una dimostrazione che non ammette replica, nel fatto: che quelle convenzioni, non pure senza ripugnanza, ma con vivo desiderio vennero accettate in tutti i tempi, da tutti gli uomini, in tutti i gradi di cultura: dai Greci come dai Barbari; dagli adulti come dai fanciulli.

Certo è che uno scultore ritrarrebbe meglio il vero, se alle forme del marmo aggiungesse i colori. Ma qual è uomo di gusto, o così naturalmente infelice o così corrotto, che non veda e non senta che l'arte sarebbe qui disviata, che ne sarebbe invertito l'assunto, che il vero sarebbe non già imitato ma contraffatto?

Così, chi assiste alla rappresentazione del Mosè o del Guglielmo Tell, non domanda già alla scena nè il Mosè proprio quello del Pentateuco, nè il Tell montanaro e non poeta, nè musicista, nè cantante, ma domanda il ritratto fantastico di que' personaggi, animato dalle attrattive della poesia e dagli incanti della musica.