Nella musica delle opere dello Scarlatti, altezza e originalità di concetti, d'intenti, di aspirazioni; — limpidezza, culta ed elegante di stile; — ricchezza inesauribile di partiti; — naturalezza d'andamenti; — abbondanza di idee melodiche native, geniali, informate al carattere voluto dalla poesia cui s'applicavano, e piene d'espressione; — varietà ed efficacia ne' giri degli accordi, ed una strumentazione così savia e sana, così bene intesa, che, senza faticose ricerche, vi si trovano in germe tutte quelle novità che usciron dopo, e delle quali si menò e si mena quel vanto e quello scalpore che tutti sanno.
Come il Monteverdi, anche lo Scarlatti assegnò non di rado all'accompagnamento del canto di ciascun personaggio un gruppo speciale di strumenti, da cui, col colore drammatico, una bella varietà di effetti acustici. Per questo rispetto, sono degne di studio tutte le sue opere, ma più specialmente: Tigrane, e più specialmente ancora La caduta dei Decemviri, nella quale l'aria: Ma il mio ben che farà, è accompagnata da soli violini, divisi in quattro parti.
Dalla bontà de' criteri estetici che lo guidavano nella pratica, la bontà del suo insegnamento.
Chiamato alla direzione di uno de' conservatorii di Napoli, il culto del bel canto, della buona armonia e della buona disposizione delle parti, dalla sua scuola, sempre popolatissima d'allievi, non che a Napoli e in Italia, si diffuse subito in tutt'Europa. — E il suo insegnamento (s'avverta) non appoggiavasi a nessun Trattato, a nessun sistema teorico. Era essenzialmente pratico. Musicista nato, e uomo di molta cultura, lo Scarlatti sapeva troppo bene che cosa erano e che cosa potevano essere, in fatto di musica, le teoriche e i trattati.
Con lo Scarlatti siamo alla grand'arte; all'arte (ripeto) raggio de' cieli, e quasi nipote a Dio!
Genio fecondatore (come poi il Rossini) intorno allo Scarlatti fu in breve una legione di peritissimi cantanti, sui quali primeggia Baldassare Ferri, detto da' biografi il cantante Taumaturgo.
E con quella de' cantanti, un'altra legione di compositori; de' quali vogliono essere distinti: l'Angelini Bontempi, Bernardo Pasquini, Giovanni Bononcini e Antonio Caldara; un compositore quest'ultimo che nel seicento e sino al Pergolesi, rimase insuperato, nella rivelazione degli affetti più delicati, de' sentimenti più intimi e, se così posso dire, de' bisbigli dell'anima.
Qual più qual meno, tutti quei compositori vennero dimenticati, ma più che per altro, per le condizioni d'esistenza in cui trovavasi la musica nel seicento; condizioni ben diverse da quelle in cui trovasi oggi.
In quel tempo le pubblicazioni della stampa erano infinitamente minori di quelle d'ora. Le più belle opere rimanevano manoscritte, tolte per ciò alla circolazione e quindi facilmente sconosciute.
In quel tempo non usavano i giornali; tanto utili a mantener vive le rinomanze e le glorie; (e anche ad inventarle).