My passer la montagne,

My mater Mont Cerviz,

My brusler la champagne,

My squarcer fior de liz,

My pigler San-Deniz,

My scacer Roy Francisque,

My voler jusqu'à Paris;

Tout spreke a la todisque;

questi gerghi, che anche qui in Firenze risonarono contro i Lanzi ne' canti carnascialeschi, si stringevano poi, Tedeschi e Spagnoli, intorno, alla città dove più pura suona la lingua d'Italia. Chi credesse di trovare nella poesia nostra, colta o incolta, un sospiro per la passione che Firenze sofferse, resterebbe deluso. Il Lamento di Fiorenza qual supplica la santità del papa ad unirsi con essa lei, con invocazione di tutte le potenze cristiane è una delle solite filastrocche d'invocazioni; e un altro poemetto, L'assedio di Fiorenza, non fa che spiegare in rima l'occasione per la quale si venne ai patti che lo seguono in prosa, con espresso rimando: “Come vedrete qui nei patti scritti.„ Se qualcuno disse alcun che di meno insulso, fu non in lode di Firenze eroica, sì in lode de' suoi conquistatori. E quando invece delle canzoni e dei capitoli d'arte pensata piacesse a noi ascoltare un umile popolano, un drappiere, Lorenzo de' Buonafedi, che pur dette un capitolo all'assedio, lo udiremmo lamentarsi soltanto del gran caro de' viveri e rallegrarsi che fosse cessato: è un pover uomo, costui, che, riflettendo alle paghe scroccate a danno del popolo, esclamava in versi: “Cosa da dargli un pugno in su quel muso!„; e non si peritava di confessare, quando furon chiesti ai cittadini gli ori e gli argenti “Io fui di quei che non v'andai altrimenti„, nè altro dell'assedio rammentò se non che in quella carestia “le veccie molle furno un buon boccone„.

E delli gatti non vo' ragionare;