ALESSANDRO TASSONI
(1565-1635)
CONFERENZA DI Olindo Guerrini.
Signore e Signori,
Ricordo che, alcuni anni sono, tenni questa Società di letture a battesimo, facendo un poco di prefazione alle dotte ed applaudite conferenze che vennero di poi. Mi rivolsi specialmente alle Signore, scongiurandole a prendere sotto la protezione loro la associazione che nasceva, perchè le donne sono il sale che conserva le instituzioni e perchè il loro buono e santo istinto materno protegge ed alimenta i nati da poco. E mi compiaccio con amore di padrino di rivedere così prospera la figlioccia e mi congratulo con lo squisito gusto fiorentino e con la costante ed affettuosa gentilezza delle dame le quali crebbero e mantennero amorosamente questa società che oramai ha una storia gloriosa, mentre tante altre sorelle sue italiane dormono o cloroformizzate o morte. E di questo titolo di padrino mi glorio e mi valgo per raccomandarmi ancora alla vostra cortese ed ambita benevolenza, poichè io e l'argomento che tratto ne abbiamo troppo bisogno.
Alessandro Tassoni, di cui debbo intrattenervi, nacque e visse in tempi di così basso decadimento che peggiori non potranno farci vergogna mai più. L'Italia non fu mai più serva, più abietta, più fracida. La religione degli avi, la religione santa e pura, per la quale da San Francesco al Savonarola tante anime avevano spasimato sino al delirio, era morta allora allora, affogata nel Concilio di Trento, e la Compagnia di Gesù cresceva già lieta di trionfi terreni, e Filippo II, laudando le pie ed atroci carneficine del duca d'Alba, accendeva i roghi benedetti da Pio V, non Pontefice ma Inquisitore, e Carlo IX assassinava con la sua mano i sudditi acattolici la notte di San Bartolomeo. Dalle anime sgomente esulava la fede cedendo il posto alle piccole divozioni, alle sottigliezze della casuistica, alle reliquie diventate talismani, al meccanismo rituale e cerimoniale delle pratiche esterne. Si dimenticava il Vangelo e si diceva il Rosario, e Giordano Bruno e Lucilio Vanini erano arsi pel delitto di pensare, e Galileo Galilei era costretto ad abiurare e a rinnegare la scoperta verità.
Nè a tanti mali, se pure l'avessero voluto, potevano metter riparo i Pontefici, avviluppati come erano in troppe cure terrene, interessi di nipoti, contese con principi, difficoltà di governo in uno Stato impoverito dai balzelli, guasto dai banditi che nemmeno le innumerabili forche di Sisto V poterono sterminare. E tutta l'Italia era così, se non peggio. Napoli e Lombardia, dominio spagnolo, eran spremuti da Governatori o da Vicerè avidi, imbroglioni, prepotenti, il cui potere dipendeva dall'instabile capriccio di una corte, dove l'autorità non era che insolenza violenta. Le piccole dinastie agonizzavano nei vizi, come i Gonzaga e i Della Rovere, impiccolivano nei raggiri come i Medici, diventavan bastarde, come gli Estensi. Decadeva Venezia che vide la pelle del suo eroico Bragadino appesa all'albero di una galera turca, portata a ludibrio sui mari, mostrata a vergogna lungo le coste che furon già di San Marco. Gli Uscocchi corrono il Golfo impuniti, Dragutte infesta il Mediterraneo e i Turchi scendono in Italia a saccheggiare le città ed a bruciarle, facendone schiavi gli abitatori. Era troppo e la virtù latina fu costretta all'ultimo sforzo di Lepanto, dove tanto sangue e tanto valore furono gloriosamente ma inutilmente prodigati. Le galere trionfatrici non erano ancora tornate al porto e già le vele degli infedeli erano in vista del lido italiano. Pochi anni dopo, Manfredonia e parecchie altre città erano arse dai Turchi e le belle latine rapite veleggiavano per l'harem del Gran Signore.
Solo il Piemonte era immune da tanta lue. Chiuso tra la Francia e il dominio spagnolo, era costretto a viver sempre con l'orecchio teso e l'armi pronte. La razza forte, l'ambizione tenace dei principi, la potenza pericolosa dei vicini, lo costringevano alla vigilanza assidua, della sentinella che sa di aver presso il nemico e, in simile attesa, nè un soldato nè un popolo possono addormentarsi. Emanuel Filiberto, indi Carlo Emanuele, non pensarono che a negoziati ed armi, e guatando oltre i confini, meditarono e prepararono accrescimenti di spazio e di potenza, non paurosi della formidabile arroganza spagnuola, non disavveduti tra le insidie degli ausili francesi. Il pericolo educava alla fortezza e nel laido sfacelo della Italia di quel tempo, unica regione non putrida fu quel Piemonte al quale si dovette poi in gran parte il miracolo della risurrezione di un cadavere, l'unità d'Italia.
Nè la morale aveva di che invidiare alla politica. Se i re assassinavano i sudditi, c'erano assassini anche pei re, e il Clément uccise Enrico III e il Ravaillac, Enrico IV. Il pugnale non faceva orrore nemmeno a Roma e frate Paolo Sarpi lo seppe. Era il tempo dei bravi assoldati per servire l'iniquità dei signori, era il tempo dei duelli mortali per quistioni di preminenza e di etichetta; era il tempo dei banditi, della immoralità bestiale trionfante dovunque fosse potente e prepotente. Immoralità in alto e in basso, poichè il popolo si lorda di delitti atroci e di vizi turpissimi non soffocati dal capestro e dal rogo, e la nobiltà ci offre la tragedia dei Cenci, e Bianca Cappello è granduchessa di Toscana. Venezia è piena delle orgie e della crapula in che abbrutiscono i discepoli dell'Aretino; i conventi, come quello di suor Virginia de Leva, sono scuole di lussuria e di veneficio; le Corti d'Urbino e di Mantova, già onore della gentilezza italiana, non hanno più gentildonne ma cortigiane, e in tutta Italia trionfa la brutalità più lurida, la perversione degli istinti più sfacciata.
L'arte stessa è tutta una rovina. Michelangelo e Tiziano si sopravvivono e in questi anni si spegne la loro geniale decrepitezza; ma da loro e per loro nascono la corruzione, l'esagerazione, la falsità. L'energia diventa contorsione, l'audacia stravaganza, e impera oramai il barocco tumido e vuoto, che non ha più espressioni ma smorfie. Le lettere, malate del gongorismo imbecille che infierisce su tutta l'Europa, impazziscono nella ricerca di stranezze inaudite, nella caccia puerile ai concetti sbalorditivi, alle freddure scempiate, e il Marino è l'astro maggiore di questo povero cielo, dove l'Achillini, il Preti e mille altri, anfanando dietro alle vesciche sonore, alle ampollosità bislacche, sperano di meritare un posto alla lor volta. L'artificio e la falsità si accoppiano, e dalle nozze nefaste nascono i mostri che ora ci muovono al riso o alla noia mentre allora destavano l'ammirazione sincera di un pubblico di matti. Solo la musica, vellicatrice degli orecchi avidi di nuove lussurie, rallegratrice delle feste o rinnovata compagna delle pompe ecclesiastiche, la musica che non fa paura nè ai governi nè alla Inquisizione, esce di nido in quei giorni e comincia a spiegare il dilettoso volo. Ma tutto il resto non è che un mucchio di oscene macerie, un enorme sterquilinio in cui male si cercherebbe una piccola perla. Religione, politica, costumi, arte, tutto è lezzo di corruzione, fracidume di cimitero.
Tali furono i dolorosi tempi in cui visse Alessandro Tassoni, il quale ebbe anche nemica la fortuna in questo, che nato (1565) da una famiglia di buona nobiltà e già ben fornita di censo, al suo avvento nel mondo la trovò spiantata. Così, orfano di buon'ora, le sue prime impressioni della vita non dovettero esser piacevoli certo ed i suoi più antichi ricordi d'infanzia dovevano condurgli in mente un lungo e malauguroso andirivieni di avvocati, di procuratori e di notai che, rodendo le ultime briciole della fortuna sua, infestavano la casa con allegazioni, libelli e liti senza fine. Triste infanzia non consolata da carezze materne, non protetta da vigile affetto di padre, che dovette lasciar nell'anima del Tassoni quel sapore amaro che gli sale tante volte alle labbra mal curvate al sorriso. La povertà fin d'allora gli fu compagna assidua ed anche quando riuscì per poco a tenerla lontana, ebbe sempre meno pecunia che desideri ed aspirazioni. Finalmente spuntò il raggio della fortuna anche per lui e raccolse una eredità che lo mise nell'agiatezza; finalmente! Ma egli aveva tanto usato dello scherno e dell'ironia che i fati gli reser la pariglia. L'eredità aspettata e benedetta gli capitò solo pochi giorni prima della morte.