Del dotto Primaticcio l'inventare,
E un po' di gratia del Parmigianino.
“Ma senza tanti studi e tanto stento
Si ponga solo l'opre ad imitare
Che qui lasciocci il nostro Nicolino.„
Cioè Nicola dell'Abate, un altro camaleonte, che s'ispirò ai Dossi e a Giulio Romano, che andò brancicando in cerca delle forme degli altri. La ricetta era scritta; e i Carracci ne fecero uso, al dire del Bernini, come un cuoco che metta in una pentola un po' di ogni sostanza contenuta in altre pentole poste sui fornelli. Ma come la mescolanza di varii colori dà un brutto grigio, così in quell'unione delle differenti maniere artistiche; si spense la forza individuale, il carattere. Ad ogni modo, poi chè il carattere non si rilevava più nella forma, poichè la forza individuale era impotente a determinarsi, i Carracci mettendo insieme cose belle, raccogliendo le reminiscenze della grand'arte fuggita, disegnando molto e con diligenza, meglio fecero che molti loro predecessori e contemporanei, che, sotto la pompa delle composizioni, nascondevano la incertezza della forma.
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Fu un nobile proposito quello dei Carracci di rinnovare l'arte, riportandola se non alle fonti, innanzi a forme assolute del bello. E Annibale, che più degli altri fu bene dotato dalla natura, si sforzò di stringere alle tradizioni antiche l'arte del suo tempo, o almeno di nasconderne l'aspetto raggrinzato ed ebete sotto una maschera lusingatrice. Annibale aveva sentito l'angelica beltà del Correggio, di quei putti della cupola di Parma che, com'egli stesso scriveva, “spirano, vivono e ridono con una gratia e verità, che bisogna con essi ridere e rallegrarsi„; a Venezia, aveva conosciuto Paolo Veronese, di cui vantò la facilità e la copia delle invenzioni; era entrato nella casa di Giacomo Bassano, ove stese, tratto in inganno, la mano ad un libro ch'era dipinto; aveva ammirato il Tintoretto, che a lui parve “ora eguale a Tiziano e ora minore... del Tintoretto.„ Tanto a Parma, come a Venezia, lo raggiunse Agostino suo fratello, più intento all'incisione che alla pittura, facile a' contrasti, a sofisticare intorno a tutto, a ciarlare di politica, a dissertare di filosofia, a sciorinare le sue ricche cognizioni di letteratura, di astrologia, di medicina. “Ma venga a Parma,„ gli aveva fatto dire Annibale, “che staremo in pace, nè vi sarà che dire fra noi, che lo lascierò dire tutto quello che vole, attenderò a dipingere, e non ho paura che anch'esso non faccia il medesimo.„ Tornati a Bologna, dopo quel bagno nell'arte del Rinascimento fiorente, dopo quel bagno di sole, Agostino promosse la creazione di un'Accademia del disegno, quella dei Desiderosi, che fu il primo tipo delle Accademie delle arti belle. Si cominciarono a disegnare nasi e bocche e orecchie staccate dai volti, disgregando così, a furia di analisi, l'insieme del vero; si studiarono i canoni della bellezza sui busti e sui bassorilievi antichi, senza por mente che il fiore della bellezza spunta nel fondo dei cuori, non si ottiene soltanto coi compassi e le squadre. Non si vedeva più fiorire spontanea l'arte nelle zolle d'Italia, e si volle ottenerla artificialmente; ma nelle serre, di tra i lambicchi e i prismi, l'arte perdette la vita propria: dalle serre uscì il fiore senza profumo; dalle storte uscì l'acido carbonioso, non il cristallo di diamante; nei prismi si scompose la luce dell'arte antica, invece di ricomporsi in una forma nuova, armonica, potente.
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Annibale Carracci, più degli altri due triumviri, senti il colorito e l'equilibrio delle sue figure. Nella “Visione della Vergine„ della pinacoteca di Bologna (n. 36), un fulgore argentino circonda il capo della Madonna, le cui carni sono del colore di madreperla; i paludamenti e i manti delle figure dei Santi sono a lacche rosse e verdi segnate con pennello libero e franco: le luci giallo-dorate delle vesti degli angioli ricordano subito Paolo Veronese, il prototipo di Annibale Carracci a Venezia; mentre il San Giovanni, che addita la Vergine, ricorda il Correggio, il suo prototipo a Parma. Quanto superò in questo quadro il fratello Agostino, tutto schematico e calcolatore, così che tagliava come in una palla le tonde teste delle figure della sua “Comunione di San Girolamo!„ e quanto il cugino Ludovico, che caricava troppo gli scuri, e mutava di forme ad ogni mutar di vento! Lavorarono tutti e tre nelle sale dei Signori Favi a Bologna, per colorirvi le imprese di Giasone, e nel palazzo dei Magnani, per frescarvi le istorie di Romolo. Ma Annibale, sempre meno impacciato degli altri due, trovava accenti naturalistici. Mentre Ludovico era grave nel portamento, bramoso di onori e dei titoli, e Agostino trattava con poeti, novellieri e cortigiani, Annibale vestiva selvaticamente, “col collar torto„ dice un suo contemporaneo, “col cappello a quattr'acque, mantello mal rassettato, barba rabuffata.„ Annibale, noncurante di sè, perchè più assorto degli altri nelle opere, lasciò più degli altri memoria dell'arte sua, specialmente nella galleria di palazzo Farnese in Roma, il più splendido saggio decorativo del Seicento in Italia.