E Gian Galeazzo dava privilegi alla fabbrica, le procurava ogni facilitazione, scriveva a Bonifazio IX per ottenere indulgenze e giubilei in pro di chi aiutasse i lavori, faceva rivedere le cose amministrative, inviava consigli, ordini, rimproveri, regalava, pare, le cave della Gandoglia, dalle quali uscì il marmo per tutto quanto il Duomo, trasmetteva palesi e segrete sovvenzioni in danaro.

Nel frattempo le offerte piovevano all'amministrazione da ogni parte e sotto ogni forma. Le Porte della città, le Arti, dette paratici, le parrocchie, le comunità religiose e il clero mandavano il loro grosso obolo; certe donne poco virtuose, che abitavano intorno a San Zeno in Pasquirolo, consegnavano il loro contributo a prete Ambrogio; nei luoghi più frequentati, al Broletto, all'ingresso degli alberghi, alle porte di tutte le chiese stavano esposte cassette per le oblazioni; intiere eredità erano lasciate alla fabbrica; chi non dava danaro porgeva pietre preziose, ori, argenti, drappi, vesti, che in parte si serbavano, in parte si rivendevano. Nel 1387 l'entusiasmo era tale che con le proprie mani lavorarono agli sterri i nobili e ricchi giovani milanesi, i magistrati, i giureconsulti, il podestà e, dicono, Gian Galeazzo. Nei soli primi cinque anni furono spese per la costruzione 141 mila lire imperiali, pari a quasi tre milioni, delle nostre lire d'oggi, secondo il mio computo molto taccagno, pari a quasi sette milioni, secondo Cesare Cantù, pari a quasi diciassette milioni, secondo il dotto signor Pagani, direttore dell'archivio di San Carpoforo in Milano.

Dicevo che della mole non si conosce l'architetto. Eppure gli archivisti non tralasciarono di rovistare nelle carte polverose, ed i critici di lambiccarsi il cervello, ingrossando anche i piccoli indizii. Lasciamo stare i vecchi scrittori, che attribuivano il disegno del Duomo a Giannantonio Omodeo, gentile architetto e scultore, morto nel 1522, 135 anni dopo fondato l'edificio; oppure ad Enrico di Gmünd, detto il Gamodia che sceso di Germania nel 1391, cinque anni dopo principiata la fabbrica; oppure a Nicola de' Bonaventuri, parigino, il quale capitò a Milano due anni e mezzo dopo i primi lavori. Gli scrittori d'oggi sono più sottili. Trovano un Anechino de Alamania, che nel 1387 riceve sedici soldi per un modellino in piombo del tiburio, della guglia maggiore. Oh non potrebbe Anechino essere lui l'architetto? Trovano che nel 1387 vengono pagati 24 soldi ad un valente ingegnere, Andrea degli Organi da Modena, per due libbre di morsecate. Che cosa era codesto morsecate? Poteva essere il massicotto, il protossido di piombo, il quale poteva servire alla composizione della cera plastica, la quale poteva essere stata impiegata nel fare un modello. Ora, se Andrea degli Organi faceva un modello, l'architetto del duomo era Andrea.

Abbiamo dal 1387 in poi, non solo una quantità di documenti sulla nostra fabbrica, ma i libri minutissimi dell'entrata e dell'uscita. Non un accenno, mai e poi mai, al primitivo architetto. Sappiamo i nomi dei maestri uno ad uno, che hanno atteso alla costruzione cominciando dalle prime settimane. Non una frase, non una parola, che lasci intendere sul serio di aver da fare con il creatore del tempio. Ci restano i verbali di vivacissime dispute sul concetto, oltre che sulla esecuzione dell'edificio. A chi loda non isfugge mai il nome da noi cercato, e non isfugge a chi biasima. Pare che l'ammirazione e il disprezzo in una sola cosa si accordino, nel tenerci nascosto quel che vorremmo sapere.

Ho pensato molte volte, o signore, che il diavolo ci avesse messo la coda: e rammentavo la leggenda tedesca, quella del Duomo di Colonia, il quale volere o non volere, ha con il nostro Duomo di Milano una qualche rassomiglianza.

Nei primi 29 mesi della fabbrica non troviamo altro che ingegneri italiani, la maggior parte di Campione, un bel paesetto sul bel lago di Lugano, ora svizzero, ma allora sottoposto alla diocesi milanese: Simone da Orsenigo, Marco Frisone, Giovanni di Fernach, detto anche Anni od Anne, sicchè qualcuno vuole che sia quel Anechino de Alamania, di cui abbiamo toccato, Giacomo, Zeno, campionesi, e via via.

Il primo architetto straniero, Nicola de' Bonaventuri, scende da Parigi a Milano il 7 maggio 1389. Lo eleggono ingegnere generale; gli danno, oltre il salario, casa, vino e legna. Provvedono la sua cucina di una caldaia pesante otto libbre e mezza, una padella di rame, una conca, quattro taglieri grandi e quattro piccoli, otto scodelle ed otto piatti di legno, quattro scodelle e quattro tondi di terra, sei cucchiai, tre mestole, due paia di treppiedi, una pepaiuola, una graticola di ferro, un boccale di vetro ed una tazza, una tovaglia, due tovaglioli ed un asciugamano. Principiare dalla pancia va bene, ma bisogna anche dormire. Si compera della paglia per il letto del maestro. Non se ne contenta: vuole un bel letto grande, assai comodamente fornito. Con 47 braccia di tela di lino gli fanno due lenzuola; per la coperta spendono in ragione di 128 lire delle nostre. Ottiene anche il suo bravo piumino. Si fa anticipare quattrini: evidentemente era un parigino sventato. Dà, fra gli altri disegni, quello dei magnifici finestroni dell'abside; ma dura poco. Il 31 luglio del 1390 il Consiglio della fabbrica delibera di mandarlo via, ed egli, che non doveva avere la coscienza netta, lo stesso giorno parte furtivamente: e buon viaggio.

Poco appresso, Giovanni di Firimburg, nuovo ingegnere, si sfoga nel censurare i lavori; ma le parole volano, e i deputati, che non soffrono equivoci, invitano il maestro a porre in iscritto i suoi dubbi e i suoi biasimi, affinchè si possa, occorrendo, provvedere. La relazione dovette essere o molto sconveniente o molto bestiale, perchè senz'altro si decreta che gli venga tolto il salario ed il titolo. E così Giovanni di Firimburg ripassò le Alpi.

Senonchè, gl'ingegneri italiani non bastavano più. Era stata seminata la zizzania. E poi la costruzione si avvicinava a quelle parti, che più apparivano lontane dalle consuetudini e dai criterii della nostra arte locale: i piloni si alzavano aspettando le volte ogivali, i contrafforti si alzavano aspettando i pinnacoli. Gli archi rampanti, i gugliotti, il tiburio o guglia centrale, la inclinazione dei tetti, dovevano presentarsi ai maestri, ai deputati, allo stesso arcivescovo, il quale aveva tanta ingerenza e tanta responsabilità nell'andamento dei lavori, allo stesso intelligente principe, quali tanti quesiti, che, risoluti nell'un modo o nell'altro, potevano decidere, non solo della bellezza, ma della stessa esistenza del Duomo.

Mandano un maestro teutonico a Colonia a pigliare unum maximum inzignerium; spediscono lettere ad Ulrico di Ensingen da Ulma. Intanto si contentano di sentire Gabriele Stornaloco, esperto geometra, Bernardo da Venezia, intagliatore del principe. Finalmente il 27 novembre del 1391 giunge Enrico Arler da Gmünd nella Svevia, detto a Milano il Gamodia.