Prima del medio-evo non può parlarsi di amore sessuale individuale. Certo, la bellezza personale, la familiarità, l'affinità di tendenze, ecc., dovettero sempre destare in persone di diverso sesso il desiderio di rapporti sessuali, nè, agli uomini come alle donne, potè essere affatto indifferente con quale persona essi entrassero in tanta intimità di relazioni. Ma da ciò al nostro amore sessuale v'è di mezzo un abisso. In tutta l'antichità i connubii sono conchiusi dai genitori per gl'interessati, che vi si acconciano tranquillamente. Quel briciolo di amore coniugale, che l'antichità conobbe, non è già un'inclinazione subiettiva, ma un dovere obiettivo, non la causa, ma il correlativo del matrimonio. L'antichità non ci offre l'amore, nel senso moderno, se non al difuori della società ufficiale. I pastori, di cui Teocrito e Mosco ci cantano le gioie e le pene d'amore, il Dafni e la Cloe di Longo, sono semplici schiavi, che non hanno parte veruna nello Stato, la sfera d'azione del cittadino libero. Ma, al difuori degli schiavi, non troviamo l'amore se non come prodotto di decomposizione del vecchio mondo in isfacelo, e con donne estranee alla società ufficiale, con Etére, ossia con straniere o con affrancate; in Atene alla vigilia del suo tramonto, in Roma al tempo dell'Impero. Se veri amoreggiamenti avvenivano tra cittadini e cittadine libere, eran sempre degli adulterii. E al poeta classico dell'amore nell'antichità, al vecchio Anacreonte, l'amore sessuale nel nostro senso era così indifferente, che neanche gli importava il sesso della persona amata.

Il nostro amore sessuale è essenzialmente diverso dal semplice desiderio sessuale, dall'Eros degli antichi. In primo luogo, esso presuppone il ricambio, e in ciò la donna è eguale all'uomo, mentre essa, nell'antico Eros, non era neppur sempre interrogata. In secondo luogo, l'amore sessuale ha un'intensità e una durata, per le quali il non possedersi reciprocamente e la separazione appaiono ad entrambe le parti come una grande, se non anche come la suprema sventura; per darsi l'uno all'altro, ogni audacia è ben accetta, anche il rischio della vita, ciò che nell'antichità non avveniva, tutt'al più, che in caso d'adulterio. E finalmente, ai rapporti sessuali si applica una nuova norma morale; non si chiede soltanto se siano legittimi o illegittimi, ma ancora se sian generati da scambievole amore. Beninteso, anche questa nuova norma morale, nella pratica feudale o borghese, subisce il destino di tutte le altre: esser trasgredita. Ma non le avviene di peggio. Come tutte le altre è riconosciuta in teoria — sulla carta. E per ora non può pretender di più.

Il medioevo ripiglia l'amore sessuale a quel punto in cui l'ha lasciato l'antichità; all'adulterio. Già descrivemmo l'amore cavalleresco che inventò i Tagelieder: le canzoni del mattino. Da questo amore, che tende a violare il matrimonio, sino a quello che deve fondarlo, c'è un bel tratto che la cavalleria non correrà mai tutto intiero. Se anche dai frivoli Provenzali passiamo ai virtuosi Tedeschi, troviamo nel poema dei Nibelungi che, benchè Krimhilda nel suo segreto sia innamorata di Sigifredo quanto questi di lei, basta che Gunther le accenni di averla giurata a un cavaliero, che neppure le nomina, perchè essa risponda: «Non occorre pregarmi; io sarò sempre ciò che voi comandate; e a quell'uomo, che Voi, Signore, mi darete per marito, mi fidanzerò volontieri.» Neanche le balena che il suo amore possa in alcun modo meritare considerazione. Gunther chiede la mano di Brunechilde, Etzel di Krimhilda, senz'averle mai viste; del pari, nella Gutrun, Sigibante di Irlanda chiede sposa la norvegese Uta, Hetel di Hegelingen chiede Ilda d'Irlanda, e finalmente Sigifredo di Morland, Hartmut di Ormania e Herwing di Zelanda chiedono la mano di Gutrun; e qui solo avviene che questa si decida spontaneamente per l'ultimo. Di regola, la sposa del giovane principe è scelta dai suoi genitori, se viventi, se no da lui stesso ma dietro il parere dei grandi feudatari, che ha sempre un gran peso. Nè può essere altrimenti, dacchè pel cavaliere o pel barone, come per lo stesso principe, le nozze sono un atto politico, un occasione d'ingrandirsi il potere con nuove alleanze; l'interesse della casa, non il capriccio dell'individuo, è ciò che decide. E come mai dunque spetterebbe all'amore di dire l'ultima parola?

Non diverso era il destino dei cittadini stretti in corporazione nelle città medioevali. I privilegi stessi che li proteggevano, quei regolamenti corporativi pieni di clausole, le barriere artificiali che li dividevano legalmente, quà dalle altre corporazioni, là dai compagni della stessa corporazione, altrove dai garzoni e dagli apprendisti, limitavano ancor più la cerchia già abbastanza angusta, entro la quale essi potevano cercarsi una sposa conveniente. E quale fosse fra tutte la più conveniente, decideva inappellabilmente, in cotesto complicato sistema, non già il loro gusto individuale, ma l'interesse della famiglia.

Così le nozze, dalla loro origine sino alla fine del medio evo, rimasero sottratte, nella immensa maggioranza dei casi, alla decisione degl'interessati. Da principio si veniva al mondo già conjugati con un intero gruppo dell'altro sesso. Nelle forme successive del connubio per gruppi, probabilmente il sistema rimase quello, ma i gruppi andarono sempre restringendosi. Nel connubio sindiasmico è regola che le madri negoziino i maritaggi dei figli; anche allora il criterio è la ricerca di vincoli di parentela, che procaccino alla giovane coppia una posizione più forte nella gente e nella tribù. E allorchè, col prevalere della proprietà privata sulla proprietà comune e cogli interessi successorii, trionfarono il diritto paterno e la monogamia, allora per la prima volta le nozze subirono l'imperio assoluto delle preoccupazioni economiche. Cessò la forma del matrimonio per compra, ma la cosa rimase sempre più quella stessa, talchè non la sola donna, ma anche l'uomo ebbe un prezzo — non in ragione delle qualità personali, ma in ragione de' suoi beni. In pratica e sin dalle origini, era cosa affatto inaudita fra le classi dominanti che la simpatia mutua degli interessati potesse essere il motivo prevalente delle nozze: ciò non avveniva che nei romanzi, oppure fra le classi oppresse che non contavano affatto.

Tali le condizioni che trovò la produzione capitalistica, allorchè questa, dall'epoca delle scoperte geografiche, si apparecchiò, col commercio internazionale e con la manifattura, a conquistare il dominio del mondo. Si dovette pensare che questa maniera di connubii le fosse la più conveniente, e realmente lo fu. E tuttavia — oh! imperscrutabile ironia della storia! — era essa medesima che doveva aprirvi la breccia decisiva. Tutto trasformando in merci, essa dissolvette tutti i vecchi rapporti tradizionali, e al costume ereditato, al diritto storico, sostituì la compra e la vendita, il «libero» contratto. È questa la constatazione che, credendo d'aver fatta una grande scoperta, annunciava il giurista inglese H. S. Maine, dicendo che tutto il nostro progresso sulle epoche passate consiste nell'esserci elevati from status to contract, quanto dire da istituzioni ereditarie a uno stato di cose liberamente consentito; ma essa, in quanto è vera, si trovava già nel Manifesto dei comunisti.

Senonchè, per contrattare, converrebbe poter disporre liberamente di sè, delle proprie azioni e de' proprii beni, e godere uguaglianza di diritto cogli altri contraenti. Creare persone «libere» ed «eguali», fu appunto uno dei cómpiti principali della produzione capitalistica. Benchè da principio ciò avvenisse in modo semicosciente e per giunta sotto un involucro religioso, pure la riforma luterana e calvinista fissò la massima, che l'uomo non è del tutto responsabile dei suoi fatti se non li compie con piena libertà di volere, e che è dovere morale resistere contro qualsiasi coazione ad azioni immorali. Ma come porre ciò d'accordo con la pratica delle nozze invalsa fino allora? Le nozze, nel concetto borghese, erano un contratto, un negozio giuridico, e il più importante di tutti, perchè disponeva, per tutta la vita, del corpo e dello spirito di due esseri umani. Formalmente esse erano libere, esigendosi il consenso degl'interessati; ma si sapeva troppo bene come questo consenso si otteneva, e quali erano i veri contraenti. Or se, ad ogni altro contratto, richiedevasi una reale libertà di decisione, perchè non la si richiedeva per le nozze? Non avevano dunque i due giovani fidanzati il diritto di disporre liberamente di sè, del loro corpo e dei suoi organi? Non era forse venuto di moda l'amore sessuale, grazie alla cavalleria, e, di fronte agli adulteri amori di questa, non era l'amore coniugale la sua vera forma borghese? Ma, se il dovere dei coniugi era di amarsi, non era forse con altrettanta ragione il dovere degli amanti quello di sposarsi fra loro e non con altri? Non era superiore, questo diritto degli amanti, a quello dei genitori, dei parenti e degli altri tradizionali paraninfi e mezzani di nozze? Se il libero esame personale era francamente ammesso come diritto individuale nella Chiesa e nella religione, come poteva esso venir meno innanzi all'intollerabile pretesa della vecchia generazione di disporre del corpo, dell'anima, della fortuna, della felicità e dell'infelicità della generazione più giovane?

Tali questioni ben dovevano venir poste in un tempo che rallentava tutti i vecchi vincoli sociali e scuoteva tutti i concetti tradizionali. Il mondo si era, d'un colpo, decuplicato; non più un quarto di emisfero, ma l'intero globo terraqueo si spiegava davanti agli europei occidentali, che si affrettavano a prendere possesso degli altri sette quarti. E come i vecchi angusti limiti della patria, così cadevano le frontiere millennarie imposte al pensiero dal medio evo. All'occhio esterno come all'occhio interno dell'uomo si apriva un orizzonte infinitamente più vasto. Che importavano il decoro e l'onorevole privilegio corporativo, trasmesso di generazione in generazione, al giovane cui allettavano le ricchezze delle Indie, le miniere d'oro e d'argento del Messico e di Potosi? Fu questo il tempo dei cavalieri erranti della borghesia; ebbe ancor essa il suo romanticismo e i suoi delirii amorosi, ma su piede borghese e con fini essenzialmente borghesi.

Così avvenne che la nascente borghesia, massime dei paesi protestanti, nei quali fu più scossa la tradizione, riconobbe sempre più anche pel matrimonio la libertà del contratto, applicandola come si è detto. Il matrimonio restò matrimonio di classe, ma entro la classe fu concesso agli interessati un certo grado di libertà di scelta. E sulla carta, nelle teorie morali come nelle descrizioni poetiche, nulla fu più inconcusso della tesi, che è immorale ogni matrimonio non fondato sull'amore sessuale reciproco e sull'accordo veramente libero degli sposi. Insomma il matrimonio d'amore fu proclamato un diritto umano, e non solo un droit de l'homme, ma anche, per eccezione, un droit de la femme.

Ma v'era un punto nel quale questo diritto umano distinguevasi da tutti gli altri cosiddetti diritti umani. Mentre questi, in pratica, erano limitati alla classe dominante, alla borghesia, e direttamente o indirettamente sequestravansi al proletariato, qui sogghigna un'altra volta l'ironia della storia. La classe dominante rimane dominata dalle note influenze economiche e solo in casi eccezionali contrae matrimonii veramente liberi, mentre questi nella classe soggetta sono, come vedemmo, la regola.