La completa libertà delle nozze non può quindi, in generale, aver luogo se non quando l'abolizione della produzione capitalistica e dei rapporti di proprietà da essa creati, abbia tolte di mezzo tutte le preoccupazioni economiche che ancor dominano così potentemente la scelta degli sposi. Solo allora rimarrà, unico motivo, la mutua simpatia.
Or, poichè l'amore sessuale è di sua natura, esclusivo — sebbene oggidì questo esclusivismo non si avveri frattanto che nella donna — il connubio fondato sull'amore sessuale è, di sua natura, connubio individuale. Vedemmo quanta ragione aveva Bachofen di considerare il progresso dal connubio per gruppi al connubio individuale come l'opera sopratutto delle donne; solo il passaggio dal connubio sindiasmico alla monogamia è dovuto agli uomini; e, storicamente, esso sopratutto peggiorò la condizione delle donne e agevolò la infedeltà degli uomini. Se ora cesseranno anche le preoccupazioni economiche, per le quali le donne devono tollerare quest'abituale infedeltà degli uomini — la preoccupazione per la propria esistenza e, più ancora, per l'avvenire dei figli — la conseguente eguaglianza della donna spingerà assai più, se dobbiamo affidarci a tutta l'esperienza del passato, gli uomini a diventare realmente monogami, che non le donne a diventare poliandre.
Ma ciò che decisamente sparirà dalla monogamia saranno tutti quei caratteri che le impresse l'origine ch'essa ebbe dai rapporti di proprietà, e cioè, in primo luogo, il predominio dell'uomo, e, in secondo luogo, l'indissolubilità. Il predominio dell'uomo nel matrimonio non è che la conseguenza del suo predominio economico, e cade con questo. L'indissolubilità del matrimonio è in parte effetto della condizione economica onde nacque la monogamia, in parte tradizione del tempo in cui il nesso di questa condizione economica con la monogamia era ancora mal compreso e spinto all'estremo dalla religione. Già oggi essa subì mille strappi. Se è morale soltanto il matrimonio fondato sull'amore, sarà del pari morale soltanto quello in cui l'amore persiste. La durata dell'amore sessuale individuale è molto diversa secondo gli individui, massime negli uomini, e se esso positivamente vien meno, o una nuova passione gli subentra, il divorziare diventa un benefizio per entrambe le parti come per la società. A che prò impantanarsi per questo in un processo di separazione?
Ciò che noi dunque possiamo oggi congetturare sull'ordinamento dei rapporti sessuali, che seguirà al non lontano tramonto della produzione capitalistica, è sopratutto d'indole negativa, e si limita principalmente a ciò che sarà eliminato. Ma e quello che verrà in appresso? Ciò sarà deciso dopochè una nuova generazione sarà cresciuta; una generazione di uomini che mai nella vita non si siano trovati nel caso di acquistare i favori di una donna per danaro o con altri mezzi di coazione sociale; e una generazione di donne che mai non si siano trovate in condizione nè di doversi dare ad un uomo per altri motivi che di un vero amore, nè di doversi ricusare a colui che amano, per timore delle conseguenze economiche. E quando tal gente sarà nata, certo sarà l'ultima delle sue inquietudini quella di sapere che cosa noi almanaccammo ch'essa avesse da fare; essa si creerà da sè la propria condotta e un'opinione pubblica foggiata sopra questa per giudicare la condotta dei singoli. E basti di ciò.
Ritorniamo ora a Morgan, dal quale ci siamo un bel po' dilungati. L'indagine storica delle istituzioni sociali, sviluppatesi durante l'epoca civile, esorbita dal quadro del suo libro. Le sorti, quindi, della monogamia durante questo periodo poco lo preoccupano. Anch'egli, nell'ulteriore sviluppo della famiglia monogamica, vede un progresso, un'approssimazione alla completa eguaglianza di diritto dei sessi; tale scopo non gli sembra raggiunto. Ma, egli dice, «se si riconosce il fatto che la famiglia ha percorso successivamente quattro forme, e trovasi ora in una quinta, nasce il problema se questa forma durerà anche in avvenire. L'unica risposta possibile è questa, che essa deve progredire come progredisce la società, modificarsi a misura che questa si modifica, il tutto come sinora. Essa è la figlia del sistema sociale e deve rifletterne lo stato di civiltà. Poichè la famiglia monogamica si è migliorata dal principio dell'epoca civile, e sopratutto nei tempi moderni, si può almeno presumere che essa sia capace di ulteriore perfezionamento, sino a raggiungere l'eguaglianza dei sessi. Se in un lontano avvenire la famiglia monogamica non dovesse più corrispondere alle esigenze della società, è impossibile predire la natura di quella che verrà in sua vece.»
III. La Gente Irocchese.
Ed eccoci a un'altra scoperta di Morgan, almeno altrettanto importante quanto la ricostruzione delle antiche forme di famiglia dai sistemi di parentela. La prova che i gruppi consanguinei, designati nelle tribù degli Indiani americani con nomi di animali, sono essenzialmente identici ai genea dei Greci, alle gentes dei Romani; che la forma americana è la originale, la greco-romana è la posteriore, la derivata; che tutta l'organizzazione sociale dei Greci e dei Romani primitivi in genti, fratrie e tribù trova il suo fedele parallelo fra gli Indiani americani; che la gente è una istituzione comune a tutti i barbari sino alla loro entrata nell'epoca civile e anche più tardi (per quanto almeno attestano sinora le nostre fonti) — questa prova chiarì, d'un colpo, le parti le più difficili delle più antiche storie greche e romane, e gettò insieme una luce inattesa sui fondamenti della costituzione sociale dei tempi antichi, anteriori al sorgere dello Stato. Per quanto la cosa sembri semplice, una volta conosciuta, Morgan non l'ha scoperta che recentemente; nel suo lavoro del 1871, egli non aveva ancora penetrato questo segreto, la cui rivelazione rese mogi i cultori inglesi della preistoria, già così baldanzosi.
La parola latina gens, che Morgan impiega in generale per questi gruppi consanguinei, come la parola greca genos, che ha lo stesso significato, deriva dalla radice comune aria gan (in tedesco, dove di regola l'ario g diventa k, kan) che significa generare. Gens, genos, sanscrito dschanas, gotico (giusta la suddetta regola) kunî, vecchio norvegese e anglosassone kyn, inglese kin, alto-tedesco del medio-evo künne, significano egualmente stirpe, origine. Ma gens in latino, genos in greco, si usa specialmente per quel gruppo di consanguineità, che vanta comune origine (nel caso nostro, da un capostipite comune) ed è unito da certe istituzioni sociali e religiose in una comunità particolare, la cui genesi e la cui natura, ciò mal grado, rimasero sinora oscure a tutti i nostri storici.
Già vedemmo, trattando della famiglia punalua, che cosa sia la composizione di una gente nella sua forma originaria. Essa consiste di tutti coloro che, mediante il connubio punalua e i concetti in esso necessariamente dominanti, formano la prole riconosciuta di una determinata progenitrice, fondatrice della gente. Poichè in questa forma di famiglia la paternità è incerta, la discendenza non conta che in linea femminile. Poichè i fratelli non possono sposare le sorelle, ma solo donne di altra stirpe, così i figli procreati con queste cadono, giusta il diritto materno, fuori della gente. Rimangono quindi nella cerchia parentale solo i discendenti delle figlie di ogni generazione; quelli dei figli passano nelle genti delle loro madri. Che diviene ora questo gruppo di consanguinei, tosto che esso si costituisce come gruppo particolare, di fronte a gruppi analoghi di una stessa tribù?
Come forma classica di questa gente primitiva Morgan prende quella degl'Irocchesi, specialmente della tribù Senecca. Questa si divide in otto genti, designate con nomi di animali: 1.º Lupo, 2.º Orso, 3.º Testuggine, 4.º Castoro, 5.º Cervo, 6.º Beccaccia, 7.º Airone, 8.º Falco. In ogni gente regnano i costumi seguenti: