Il meschino commercio, che da circa ventanni s'è iniziato colle barche de' mercanti passeggieri, i quali sulla riva del fiume, con perline di vetro, comprano dalle donne e dalle fanciulle gherre, borme (piccoli e grandi vasi di terra cotta), galline, uova, latte, grano di dùrah (holcus dùrah) e, nell'interno della tribù, denti di elefante, non è possibile che progredisca perchè è strozzato da monopoli del Monarca e dei membri del Consiglio di Stato, dalle proibizioni d'esportazione e d'importazione, e dalla capricciosa mutabilità degli ordine; e con tali vincoli posti al commercio, come potrà mai, io dico, attuarsi l'industria? e l'arte di lavorare e rendere fruttifero il terreno, che pure in alcuni luoghi è tanto fecondo, come potrà introdursi, io domando, e perfezionarsi, se quel po' di agricoltura che oggi vi si pratica, in modo però da non meritare quasi il nome di arte, trovasi aggravata di balzelli e vincolata nell'esportazione dei prodotti?...
Conquistare bisogna simili regioni colla forza, ma con una forza che tenda ad edificare, non a distruggere; con una forza che emani da un popolo religioso veramente e civile, il quale sparga qua e là colonie numerose e forti, che s'affratellino con que' poveri Negri e s'accomunino fino a stringere matrimoni, e insegnin loro a legarsi in amichevoli relazioni con tutti, ma specialmente colle tribù che hanno la medesima origine e parlano la stessa lingua, cercando così d'infondere nei loro animi il sentimento di nazionalità e far che incominci a risorgere fra tribù e tribù il commercio che ora è morto; mentre nessuna tribù osa oltrepassare i propri confini se non per portare la guerra alla tribù vicina, affrettandosi poi a ripassarli. I Negri di una tribù, che ordinariamente non supera i venticinque mila abitanti, vivono sempre isolati, fuggendo ogni altro consorzio umano. E in questa mancanza assoluta di comunicazioni, essi rimarranno sempre, quali sono, ignoranti di tutto, timidi, creduli, superstiziosi. Ignari di quanto succede a non molta distanza dal proprio paese, immagineranno cose straordinarie e prodigiose.
Alcuni anni sono Lakonò, Gran Capo d'una tribù sul fiume Bianco, raccontava a un certo Solimàn Kàscef che a dieci giorni di cammino dal luogo ov'essi si trovavano, esistevano miniere d'oro inesauribili, le quali erano custodite da esseri mostruosi, che avevano la testa di cane e che si pascevano di carne umana[9].
Qualunque educazione ricevano i Negri da Missionari premurosi e zelanti, lo spirito rimane sempre frivolo e vano, la loro attività sopita, infermo il ragionamento. Sono bambini incapaci di regolarsi da sè, che si trastullano dei gingilli, si dilettano al racconto delle storielle, sorridono alla favola, ammirano i giuochi di prestigio, ma sdegnano affatto la scienza, e non vogliono saperne di religione.
Come sopita in loro è la ragione, così lo è l'immaginazione. È vero che i popoli barbari, per lo più, amano molto la poesia, la quale somministra i più brillanti colori, ond'essi si compiaciono di tracciare i graziosi quadri d'un'ingegnosa mitologia. I Greci non hanno aspettato Pericle per creare l'Iliade; e l'Arabo selvaggio, nomade, predatore, recava alla Mecca, assai prima dell'islamismo, il tributo de' suoi versi. Vi s'incontravano allora poeti sporchi, affamati, seminudi, a lunga ed unta capigliatura, cantare le gesta degli Eroi o i saggi dell'amore con quella forbitezza di lingua, con quell'eleganza ardita, con quella grazia ingenua che noi ancora ammiriamo, e di cui n'è prova il Moallakàt di Sciànfara.
Nulla, assolutamente nulla di tutto questo presso i Negri. Le loro canzoni rassomigliano ai ritornelli che balbettano i fanciullini; e il più delle volte si compongono di parole slegate, dalle quali difficilmente si può dedurre un concetto. Tali sono i Negri scìluk, e tali sono tutti i Negri da me visitati entro il bacino del fiume Bianco.
Insomma, fuori d'un miracolo di Dio, il quale può tutto, io non vedo altro mezzo che valga a mettere in sulla via della civiltà i popoli selvaggi dell'Africa Interna che una forza bene intesa e l'incrociamento di razze.
Il Re dei Scìluk punisce con delle multe i furti e le rapine; e gli omicidi colla morte a colpi di lancia o di bastone.