— Così è, io soggiunsi, bisogna che le comperi per ricondurle nella loro tribù, ch'io debbo visitare per ordine superiore.

— E tu lo sai, o signor mio, a quale tribù esse appartengono?

— Lo so di fermo che son donne Abialàñġ, senza le quali non mi sarebbe possibile d'introdurmi nel loro paese; e so tante altre cose, che è inutile ch'io ti ripeta, perchè tu pure le sai meglio di me.

A questo punto l'uakìl mi pregò di seguirlo, e mi condusse sotto un'acacia, ove eravam soli, e là s'impegnò un dialogo importante che durò più di mezz'ora; e finalmente io conchiusi, avvicinandomi alla capanna delle schiave:

— Senti; a me sembra che si potrebbe accomodare ogni cosa chiamandomi io debitore verso il tuo padrone del prezzo che sarà tra noi convenuto; prezzo che verrà da me consegnato a lui in Chartùm. E tu che ne dici?

— È impossibile; così non mi ci posso adattare assolutamente. Il mio padrone è troppo scaltro da non vedere che in Chartùm egli non potrà legalmente esigere da te il prezzo delle schiave, ancorchè tu te ne obblighi con uno scritto.

— E dunque?... cedimi, io dissi, medesimamente le schiave; e potrai rispondere al tuo padrone ch'io le ho volute ad ogni modo; che se egli avrà delle pretensioni su di esse, io saprò rispondergli davanti al Divano e al mio Consolato in Chartùm, dacchè io conosco benissimo la maniera colla quale le ha rapite, a tradimento, ferendo non so quante persone, ed uccidendone cinque, tre uomini e due donne; gli dirai che tu hai dovuto consegnarmele, poichè altrimenti, arrivato in Chartùm, io n'avrei mosso lamento contro di lui e contro di te presso le autorità competenti. — L'uakìl; così meno ancora, disse, mi ci posso adattare.

— Ebbene, non c'è tempo da perdere; disciogli intanto dai legami le schiave; pel resto vedrai tu poi come meglio giustificare il tuo procedere davanti al padrone.

Il Ràies della mia barca e alcuni dongolèsi ch'erano presenti all'ultima parte del dialogo, cercavano di persuadere l'uakìl a condiscendere a' miei desideri. L'uakìl, perplesso da prima, messo un sospiro, alla fine s'indusse a fare sciogliere le schiave per consegnarmele. Un servo, dietro l'ordine avuto, cominciò a levare le pesanti catene che stringevano i piedi delle sventurate; un altro servo con un coltellaccio tagliava i grossi legami di pelle che tenevano raccomandata al collo di esse una stanga lunga e forcuta; le mani erano già sciolte, nè si legavano a tergo che durante la notte. Frattanto il Negro Ciòl e il mio turcimanno Cher-Allàh confortavano quelle povere donne, assicurandole che noi eravamo venuti per liberarle e per ricondurle alle loro case.

La cosa fin qui era andata a meraviglia; di meglio non s'avrebbe potuto sperare, ed io pregavo il Signore perchè avesse a terminare felicemente; non vedevo l'ora però di trovarmi al sicuro nella barca colle povere schiave, e di partir presto da Hèllat-Kàka. Un andirivieni ch'io osservavo da un quarto d'ora in poi di certuni, accigliati in viso, che mormoravano non so che tra' denti... alcune espressioni che udivo da certi altri... ecco davvero un brutto affare per quello sfortunato mercante!... l'uakìl non avrebbe dovuto cedere alle pressioni di quel signore!... E vi fu chi disse: le schiave non sono ancora partite, e non se n'andranno!.. a momenti saranno qui gli Arabi muniti di lancia, e stiamo a vedere come se la caverà questo signore. Tutto ciò m'impensieriva assai, e mi faceva temere qualche brutto tiro da parte specialmente degli Arabi. Io raccomandai al Ràies e al mio Turcimanno di starsene bene all'erta e di avvisarmi appena s'accorgessero d'un allarme. — Le schiave erano pronte e noi eravamo lì lì per partire, quando tutt'a un tratto il Ràies mi si presenta con gli occhi spalancati, e mi dice: Signore t'arresta per carità!... entrino le schiave nella capanna... son qui gli Arabi armati contro di noi... ti raccomando prudenza se ti è cara la tua e la nostra vita. — Poco dopo eccoci circondati da uno stuolo di Arabi, il cui Capo: