— Dopo averle colmate di tanti benefizi, esse, ingrate! ti contraccambiano in questo modo....
— No, mio caro Cher-Allàh, non parlare così; queste povere donne non ne hanno la menoma colpa. Abituate a sentirsi raccontare ed a vedere dalla loro infanzia tanti pessimi esempi dei Turchi, che sono bianchi, come possono fidarsi così presto della buona fede de' Missionari, specialmente se qualcheduno ne insinui il dubbio nei loro cuori? Tutta la colpa sarà di Ciòl e del Gran-Capo Akòl-Guorgièb, dato il caso che mettan su gli Abialàñġ contro di noi, arrogandosi il merito della liberazione delle schiave per cupidigia di guadagno, mentre essi ci conoscono perfettamente.
— Che cosa risposero adunque le schiave? domandò Ciòl al mio Turcimanno.
— Risposero che vogliono venire presso il Gran-Capo, e che domani mattina torneranno con noi alla barca.
— Se potranno, io soggiunsi fra me, o se, potendo, vorranno.
I due missionari Antonio Kaufman e Francesco Morlang desideravano conoscere di persona il Gran-Capo degli Abujò, Akòl'Guorgièb, e chiesero a Ciòl, se egli credeva opportuno che venissero essi pure con noi. Ciòl rispose che il suo Signore gli avrebbe veduti volentieri; e partimmo tutti insieme colle donne abialàñġ.
Trovammo il Gran-Capo accovacciolato davanti alla sua capanna. Appena lo vidi io corsi a lui per dargli e per ricevere il saluto che è in uso fra i Dénka; ma non così i due compagni missionari, ai quali Ciòl fè cenno, quando furono a una certa distanza, d'aspettare, ed egli, deposta la lancia e la clava, si presentò al Gran-Capo, a cui disse ch'erano miei amici frangi e non turchi; ed io abbassai la testa in segno di approvazione. Quindi il Gran-Capo (Bègñ-did) così mi parlò: «sono lieto di conoscere i tuoi amici e di stringere io pure amicizia con loro; spero che anch'essi serberanno cara memoria di questo mio paese quando saranno lontani; se buone sono le loro intenzioni verso di me, come sono le mie verso di loro, la nostra amicizia potrà essere vantaggiosa ad ambe le parti. Sono quasi le precise parole che egli pronunciò nell'occasione ch'io lo visitai la prima volta colla buon'anima del mio compagno Angelo Melotto[13]; e come allora, le pronunciò pure adesso lentamente, a pause, come se le avesse studiate prima, e facesse di tratto in tratto uno sforzo per rammentarsele. Finalmente essi furono ammessi al suo cospetto, e gli s'inchinarono più volte, mentre egli stette fermo al suo posto, immobile, guardandoli fissamente senza dir nulla.
Poco dopo il Gran-Capo ordinò a un suo servo, che gli stava vicino osservandolo attentamente e in atteggiamento di umile venerazione, che stendesse due pelli sul terreno per sederci, e ci fece portare del latte.
Io gli presentai il regalo che fin dall'anno passato gli avevo promesso, e che consisteva in un paio di babbuccie rosse, in una fàrda (veste che si cinge alle reni), e in una scure; cose ch'egli aveva molto desiderato, e per le quali mi si mostrò obbligatissimo. Dopo di che ci diede licenza di ritirarci in una grande capanna che era stata apparecchiata per noi; ed egli ordinò a Ciòl di condurgli davanti le schiave abialàñġ, colle quali parlò a lungo fino a notte, ma non ho potuto sapere di che cosa. Poco dopo ci venne apprestata la cena, cioè pasta di duràh cotta nel latte. Durante la cena io sentii Akòl-Guorgièb a disputare e a discutere calorosamente con alcuni.
Erano le nove pomeridiane quando comparve sull'uscio della nostra capanna il Turcimanno con due Negri.