— Vi presento, o signori, ei diceva, due Negri abialàñġ; questi è il marito di una di quelle donne, che voi avete riscattate; e quest'altro è il fratello della giovinetta che non si trovava nella capanna delle schiave in Hàllat-Kàka, perchè il Turco se l'aveva condotta via in barca.
I due Abialàñġ, deposte le lance, ci baciarono la mano e ci fecero mille ringraziamenti; ma il fratello della giovinetta.... oh! quanto era contristato! Io lo confortai come ho potuto, e dissi all'altro:
— E tu, domani di buon'ora, potrai andartene con tua moglie per terra fra gli Abialàñġ; o se la via è troppo lunga, vieni con noi in barca, è ce ne andremo tutti insieme, e più presto, se il vento non ce lo impedisce.
— Magari potesse farlo! sclamò il Turcimanno, volgendosi indietro per paura che qualchedun'altro l'avesse sentito; ma egli nol può. Akòl-Guorgièb non gliel permette; egli pretende dagli Abialàñġ il prezzo di due vacche per ogni donna.
— Come s'intende! che cosa ha da fare egli colle donne? Le donne sono state liberate da noi, e a noi sta di consegnarle ai loro mariti.
— Pur troppo è così; ma la cosa andò a finire nè più nè meno di quello che tu, o mio signore, hai preveduto. Ecco il motivo della calorosa discussione di poco fa tra questo povero Negro e il Gran-Capo.
Il Turcimanno non aveva ben terminate quest'ultime parole che Ciòl venne a chiamar lui e i due Negri Abialàñġ, dicendo che il suo Signore voleva parlare con loro.
Cher-Allàh tornò da me dopo mezz'ora tutto tremante....
— Che c'è di nuovo? io gli chiesi.
— Ah! signore, Akòl-Guorgièb e Ciòl non son più quelli di prima, essi non fanno che un gran parlare a quattr'occhi.... ci deve esser per aria qualche cosa.... Io non vedo Torà che sorga l'alba per potermene andare.... Fui a un pelo di prendermi delle sferzate....