La mattina il Gran-Capo, Akòl-Guorgièb, si presentò a noi, e senza cerimonie e riguardi disse: «ritornate pure alla vostra barca; quanto alle donne Abialàñġ, penserò io ad inviarle per terra al loro paese, poichè esse non vogliono venire con voi.»


Ritornati in barca continuammo il cammino lentamente, atteso il vento contrario, e con molta cautela, avendo inteso che altri schiavi erano stati fatti sulle rive dei Dénka; e anche questa volta fra gli Abialàñġ da un mercante turco. — A certe svolte del fiume non era possibile di procedere avanti se non rimorchiati, e bisognava attenersi alla riva sinistra, mentre la riva destra era così ingombra di spessi cespugli e d'alberi spinosi da non permettere a' barcaiuoli di poter tirare la barca.

Eccoci finalmente tra i due canali Tarciàm e Ñġàen, luogo degli uccisi e delle donne rapite. Qui il Turcimanno Cher-Allàh, messo piè sulla riva, ode da alcuni Negri che i due Abialàñġ, da noi veduti presso il Gran-Capo Akòl-Guorgièb, erano già ritornati a prendere diciotto vacche, che il Gran-Capo degli Abujò esigeva quale riscatto delle nove donne; ode ancora che un altro Turco, oltre a quello che fece schiave le donne da noi liberate, era passato di là subito dopo con due barche, e ch'era riuscito ad uccidere a tradimento due uomini e una donna, e a fare schiavi due donne e un uomo. Il Ràies della nostra barca asseriva d'averlo veduto in Hèllat-Kàkapoco prima della nostra partenza, e ch'era un inviato del Divano.

Verso le quattro pomeridiane dello stesso dì, mentre io e i miei compagni missionari eravamo occupati a scrivere nella camera della dahabìah la quale era ferma e un po' scostata dalla sponda, quattro Negri Abialàñġ chiamavano il Turcimanno, dicendo che avrebbero voluto parlargli. Il Turcimanno, senza che nessuno di noi se n'accorgesse, si fece condurre alla riva da uno dei nostri giovani catecumeni, di nome Fathàllah, sopra una piccola e leggiera piroga ch'era legata a poppa della dahabìah.

I Negri lo persuasero facilmente a ritirarsi con loro in una bassura distante dal fiume circa due tiri di fucile, ripetendo che avevano interessanti discorsi da fare con lui. Cher-Allàh, il quale quanto era buono altrettanto era semplice ed incapace di sospettar male di nessuno, vi andò, e lo seguì pure Fathàllah, curioso naturalmente di udire i loro discorsi. Ma essi, fatte poche parole sulle schiave da noi liberate, dissero al Turcimanno:

— Or tu devi condurci alla barca perchè desideriamo di vedere e di parlare coi Bianchi che vi si trovano.

— Volentieri, rispose, e vedrete quale accoglienza sincera e cordiale vi faranno i miei Signori, che son tanto buoni, sapete; e come tali li conoscerete sempre più quando verranno ad abitare fra voi; pregate intanto la Gran-Pioggia (Dèn-did, Dio) perchè ciò avvenga presto.

Non appena il Turcimanno e il giovine Fathàllah presero il sentiero per accompagnarli alla barca, si sentono colpiti da una lancia vibrata loro alle spalle, e mandano un fortissimo ed acutissimo lamento. I barcaiuoli diriggono a quella parte gli sguardi; veggono i Negri fuggenti e il giovine solo, che con una corsa da disperato veniva verso il fiume. Essi gridano allora ad una voce: il Turcimanno, il Turcimanno, presto si accorra ad assistere il Turcimanno! A questo grido noi balziamo spaventati fuori della camera, mentre il giovine catecumeno, scendendo dalla riva cade colla faccia per terra, nè più si muove. Io montai tosto sulle spalle di un barcaiuolo e mi feci portare presso lui, nella fiducia di battezzarlo.... gli versai l'acqua sul capo dicendo con voce tremante e convulsa: se sei vivo, io ti battezzo nel nome del Padre e del Figliuolo e dello Spirito Santo.... lo chiamai tre volte.... poveretto!... non rispose.... era morto. — La cruda lancia l'aveva trafitto; e nessun di noi sapeva comprendere com'egli avesse potuto reggere ad una corsa così violenta, dopo tanta ferita!...

Il Turcimanno, che trovammo disteso per terra, fu colpito presso la scapula diritta; ma fortunatamente la lancia non s'internò molto da produrre, a mio avviso, una ferita mortale. Da due barcaiuoli venne trasportato nella camera della dahabìah, adagiato in un letto, e subito medicato con arnica.