Un'altra formica piccola e nera, di cui la puntura è assai dolorosa, trovasi da per tutto, in qualunque stagione, e dicesi Aciùk.

Osservai pure una formica grossa e nera, alla quale i Dénka danno il nome di agingìn o agiìn, e si ciba solo di altre formiche.

Havvi poi una formica che non si pasce che di ciò che è dolce, ed è nominata areròu.

Ma la formica, che può recar gravi danni agli indigeni ed ai viaggiatori inesperti, è la formica bianca che gli Arabi appellano àrda (dalla parola ard — terra), e i Dénka vdièi. Questo insetto è della grossezza delle nostre formiche comuni, e si nutre principalmente di legno; del resto egli divora ciò che gli si presenta, il cuoio, la carne, il cartone, la carta sopratutto; e torna assai difficile il preservare da suoi attacchi i libri e gli abiti di qualsiasi specie. D'un mio giornale, che mi tenevo conservato con tanta cura, fu rosicchiato quasi tutto il cartone da queste maledette formiche, nello spazio d'una sola notte, e fu un mero accidente ch'io l'abbia potuto salvare, nel mattino, dalla totale distruzione. Dovetti tirarlo fuori da un vecchio baule di pelle per consultarlo, e m'accorsi del pericolo ch'aveva corso. Le formiche, di fatto, erano penetrate per di sotto, dal fondo del baule, sebbene fosse un po' sollevato da terra per mezzo di due liste di legno poste alle estremità; e nulla esteriormente faceva sospettare la loro presenza. D'allora in poi, carte, cartoni, scatole, astucci, biancheria, vestiti, tutto insomma solevo tener sospeso con delle corde al tetto della mia abitazione. Così gli indigeni riescono a conservare intatte le loro provvisioni giornaliere. Quanto ai loro grani, essi li depongono in grandi e profonde fosse, la cui parte inferiore e le pareti sono coperte d'una cert'erba, dalla quale questi insetti si tengono lontani. Essi cominciano il lavoro di sotto terra, ed allorquando sono arrivati alla superficie del suolo non l'intralasciano, ma per mezzo d'una secrezione viscosa, che è loro propria, uniscono le particelle più minute della polvere che li circonda, e formano una specie di smalto, costruendone piccole gallerie, che aumentano sempre più e si sviluppano pel continuo e nascosto lavorìo di questi insetti, che camminano sempre al coperto. Il lavoro dura per quasi tutta la stagione piovosa, e l'edificio che ne risulta ora racchiude un corpo di bestia morto, disseccato dal sole, ora un oggetto di cuoio od uno straccio qualunque abbandonati nella pianura, o il tronco di un albero, il più delle volte d'acacia, e presenta alla sua base un raggio di tre o quattro piedi. Esso s'inalza qualche volta all'altezza di due metri, e non è abbandonato dalle formiche che allorquando non rimane più traccia dell'oggetto che viene assediato.

Nelle paludi trovansi due altre specie di formiche; la formica rossa, mormuòr, e la formica volante, agnièl. Quest'ultima formica fabbrica pure monticelli di terra simili a quelli dell'àrda, e cessata la stagion delle piogge n'esce coll'ali.

Fu allora ch'io vidi molte di queste formiche abbandonare le loro gallerie e rimanersi per qualche tempo immobili e come istupidite, e molte invece darsi a movimenti disordinati, ed agitar l'ali con una impazienza e con un'ebbrezza al tutto singolare; mentre altre, che non erano alate, si mostravano affaccendate ed occupatissime nell'assistere le loro compagne.

«Ecco, io dissi, come anche in questa società di formiche si trovano i maschi, le femmine ed i neutri, che sono le femmine abortive, nelle quali, come nelle api operaie, gli organi del sesso, per procurata scarsezza o per qualità d'alimento, ristettero dallo svilupparsi. I maschi e le femmine hanno l'ali, e i neutri ne son privi, e ad essi incombono tutte le cure, che si riferiscono alla conservazione e all'ordine interno della società. Son essi che scavano sotterra il formicaio e costruiscono poi sopra l'edificio, di cui ho detto. Son essi, che senza posa battono la campagna, quando in colonna e quando alla spicciolata, in cerca di alimenti; son essi che assistono, invigilano e nutrono i maschi, le femmine e le nuove generazioni imboccandole come fanno le madri coi loro uccellini. Quindi, da operai fattisi soldati, son essi che, in casi non infrequenti di aggressione, difendono la città, o che, toccando una sconfitta, migrano a nuove sedi portando tra le mandibule i più preziosi loro averi, cioè i maschi, le femmine, le uova, la carne, e le ninfe. Or questi operai, che sono tanto gelosi custodi de' loro maschi e delle loro femmine, e che ostinatamente si oppongono perchè non escano dai loro alloggiamenti, son poi essi medesimi che, arrivato il dì e l'ora delle nozze, gli spingono ad uscirne, e lasciano che spieghino il volo per compiere negli spazi dell'atmosfera l'ultimo voto della natura, la propagazione della specie.»

Io visitai pure la paludosa regione dei Nuèr nella stagion delle piogge, e le impressioni che n'ebbi allora le trovo registrate sur un mio giornale di viaggio e compendiate, sotto date diverse, nelle parole « — che curiosa levata di sole! — qual magnifico quadro! — che bizzarro tramonto! — che notte orrenda! maledette zanzare!»

Più d'una volta, in sul mattino, io vidi il cielo tutto coperto di nuvole, da una parte infocate dal sole nascente e rotte in vari punti da raggi vivissimi, e dalla parte opposta nere e rigate da striscie oblique di pioggia. Da questo cielo inquieto scendeva una luce strana, che pareva passata a traverso una volta di vetro giallastro, e dava alla vastissima pianura tutta coperta di verdeggianti erbe e d'arbusti una tinta arrabbiata.... che non saprei dire di qual colore; e da per tutto stormi di grossi uccelli che andavano e venivano dall'una all'altra riva del fiume; e qua e là qualche scimmia, che faceva capolino fra l'erbe dalla punta de' formicai. E vidi in sulla sera tramontare il sole sotto un padiglione immenso di nuvole color d'oro e di bragia, e, lanciando rasente la pianura i suoi ultimi raggi sanguigni, calare dietro a un velo di vapori color di piombo come un enorme disco rovente, che si sprofondi nelle viscere della terra.

E la notte?.. la notte era impossibile di poter dormire. — Nessuno può immaginarsi, se non l'ha provato, il tormento, l'irritazione, ch'arrecano le zanzare in questo paese basso e acquitrinoso. — Non appena è tramontato il sole, ch'esse s'annunziano con un acuto ronzìo, e a miriadi ti perseguitano da per tutto, assetate di sangue, e ti trafiggono la pelle iniettandovi il loro fluido velenoso, che ti cagiona tosto un prudore insopportabile. Io era costretto a balzar fuori dal casotto della mia barca, non so quante volte, come un disperato che non può più difendersi da mille nemici, che tentano di ammazzarlo a poco a poco a forza di punture.