Un buon Kogiùr è ricordato anche dopo morte; tutta la tribù l'accompagna al sepolcro e lo piange; la sua tomba viene poi coperta da una grande capanna, che addiviene luogo sacro e d'invocazione. Nella capanna sta sempre un vaso d'acqua lustrale, e intorno ad essa vengono spesse volte piantati, a mo' di siepe, denti di elefante per onorare il santo.

I Nuèr sono assai superstiziosi, e sovente accendono nella notte dei fuochi per discacciare i mali spiriti. Qualche volta però dànno fuoco a dei fascetti d'erba secca, che tengono in aria colle mani sì che possano essere veduti dai loro vicini, i quali alla lor volta fanno medesimamente, per avvertire i più lontani di qualche pericolo che li minacci.

Questi Negri, meno miserabili di tante altre tribù, sono vivaci, scherzevoli, e trovano il tempo di abbigliarsi nei modi più strani e ridicoli. Alcuni fra gli uomini copronsi il capo con una berretta, fatta in varie fogge, di tela di cotone, adorna di piccole conchiglie del mar rosso, che comprano dai mercanti di Chartùm; ma i più hanno i capelli impiastricciati con cenere ed olio di ricino in maniera da farne apparire acconciature bizzarre e stravaganti. Quasi tutti portano un braccialetto d'avorio sopra il gomito, e sono ignudi. Compagni loro indivisibili sono la lancia e lo scudo, o il bastone e la pipa (tógñ-de-tàb). Entrambi i sessi, usciti appena dall'adolescenza, fumano tabacco da grandi pipe fornite di grosso cannello, a metà del quale è una scorza di zucca piena di stoppa e di pezzetti di legno odorosi, per la quale si espande il fumo, di cui s'impregna la stoppa, mentre esso riceve odore aromatico dai pezzetti di legno, e n'esce più fresco.

Le donne usano di adornare le orecchie di anellini di rame e di ferro; e le più ricche ne hanno uno grandissimo, che pende dall'estremità dell'orecchio destro. Molte poi sopra il labbro superiore attaccano un filo di ferro, lungo quasi una spanna, che sporge dalla faccia orizzontalmente, e che, quando parlano, va su e giù in guisa da farti ridere. Donne e fanciulle non si coprono che quando debbono uscire dalle loro capanne; allora cingono alle reni due pelli di capra, l'una davanti e l'altra di dietro, fregiate di conchiglie e di catenelle di ferro.

I Nuèr sono abilissimi cacciatori di coccodrilli, d'ippopotami e di elefanti.

La caccia che dànno al coccodrillo e all'ippopotamo non differisce da quella dei negri Dénka[25]. Ma per cacciare l'elefante s'uniscono in numero di venti o trenta, e ciascuno alla sua volta lo assale. Il primo che riesce a ferirlo ottiene il più pesante dei due denti del mostruoso animale; il secondo ha diritto all'altro dente; e tutti gli altri se ne dividono le carni.

I Nuèr che, come dissi, sono spesso in guerra coi Negri di altre tribù, intraprendono ogni anno spedizioni, a diverse riprese, verso il sud, e sempre all'incominciare del charìf (della stagion delle piogge). Allorquando gli abitanti del sud scorgono qualche nube comparire all'orizzonte, esclamano ad una voce: prepariamoci alla difesa! I Nuèr sono vicini! E difatto lo stesso giorno, o il giorno dopo, eccoli in numero di quattro o cinque mila, divisi in tre o quattro drappelli, lanciarsi con audacia incredibile sopra paesi interi, e derubarli di tutto quello che viene loro alle mani, e percuotere, ferire, ammazzare senza pietà quelli che loro si oppongono, e condur via schiavi uomini e donne, che non riescano a salvarsi colla fuga.

VIII. Bachìta la schiava.

Il 19 dicembre 1859 percorrevo il fiume Bianco per la terza volta, ed ero diretto a Kondókoro nella tribù dei Bàri. — Avevo passata di poche miglia la paludosa e malsana regione dei Nuèr, ed ero entrato in quella dei Kìc. — Erano le ore 4¾ pomeridiane, quando nella camera della dahabìah, ove stavo scrivendo, mi si presentò il turcimanno Cher-Allàh, il quale con accento di pietà e cogli occhi pieni di lagrime, disse: padre.... or ora spirò... e poi diede in un dirotto pianto.

Dio! — sclamai alzando gli occhi e le mani al cielo, — abbi misericordia di lei!