Bachìta contava allora quaranta e più anni; e quindici n'aveva passati nella più dura schiavitù, fra le pene più atroci; aveva perduto il marito, che amava tanto; e al figlio pensava ora come a creatura morta.

Condannata a lavorare, vecchia com'era, tutto il giorno dai primi albori del mattino sino a notte avanzata presso la gente, a cui veniva dal suo padrone affittata, sotto la più severa ed incessante sorveglianza, destinata a patir sempre, a goder mai, disprezzata, schernita, percossa, senza libertà, senza patria, senza famiglia, senza una speranza di felicità più o meno vicina.... quale creatura maledetta da Dio.... oh! come poteva ella mai sentirsi attaccata alla vita!!! E pure?...

Mentre un giorno la povera Negra da Bùri si recava a Chartùm seguendo il sentiero lungo il fiume, s'incontrò per avventura coi giovani della Missione cattolica, i quali accompagnati dal loro maestro se n'andavano verso Bùri nell'ora del passeggio avanti sera. La Negra si fermò a squadrarli meravigliata.... e tutt'a un tratto manda un grido di gioia, poichè ha ravvisato fra questi suo figlio, che tosto riconosce la madre....

— Chi è costei? chiese il maestro al giovine, fuori di sè per l'allegrezza.

— È mia madre.... mia madre!

— E tu, o donna, conosci questo giovine?

— Se lo conosco! è mio figlio.... mio figlio! rispose.

Questi due nomi, madre e figlio, furono pronunciati dalla donna Negra e dal giovinetto Negro con tanta espressione di affetto da non poter dire.

Oh! prezioso e solenne momento per una madre infelice di ritrovare il figlio, cui credeva perduto, e per sempre, e di rivederlo così ben vestito, pasciuto e contento!... Sì, che la tapina non aveva che un sucido cencio che le cingeva le reni, ed era smunta, affamata, oppressa sotto il peso delle fatiche, che il barbaro suo padrone le imponeva; ma da questo momento, io dico, meno crudele doveva tornare a lei la sventura e meno discara la vita.

Dopo il fortunato incontro passò lungo tempo, nè si seppe più nulla di lei, per quante ricerche sieno state fatte dai Missionari e dal suo figliuolo. Quando il venti novembre 1859, anno di fame in Chartùm, pochi giorni avanti la mia partenza pel fiume Bianco, verso la mezzanotte io sento picchiare alla porta del cortile, ove solevo dormire sotto una grande rekùba coi giovanetti della Missione; sbalzo dall'angarèb su cui ero sdraiato, corro alla porta e domando: chi v'ha là! — Risponde una voce: «sono la povera schiava di Bùri, che viene a ricoverarsi presso il suo figliuolo nella casa della Missione.»