In Santa-Croce comincia a crescere ai primi di marzo, e tocca la sua massima altezza ai primi di settembre; e principia a calare sul finir di settembre, e continua fino agli ultimi di febbraio, in cui tocca la sua maggiore bassezza.
Nel dipartimento poi di Chartùm il fiume comincia a gonfiarsi nel mese di luglio, e a calare nel mese di settembre.
Nell'Egitto finalmente cresce nei mesi di agosto e di settembre, e principia a calar nell'ottobre.
L'umidità che regna durante il charìf è cagione di febbri intermittenti e d'altre malattie, che ordinariamente sono negli indigeni senza gravità e di non molta durata; ma il passaggio dalle capanne, ov'essi erano ben riparati, alle altre stazioni, ove dormono la notte all'aria aperta, arreca ad alcuni pericolose e fatali infiammazioni. Un altro male, a cui di sovente vanno soggetti, è quello ch'essi chiamano vtiòu e gli Arabi frentìt[29]. Il charìf però è molto più avverso agli europei.
Io giunsi in Santa-Croce, co' miei compagni missionari Francesco Oliboni, Angelo Melotto, Daniele Comboni, Isidoro Zili, il 14 febbraio 1858 a due ore di notte; tutti in perfetta salute. Trovammo in quella stazione il missionario Giuseppe Lanz e un artigiano polacco, i quali vi dimoravano da un anno, ed erano dolentissimi per la morte avvenuta pochi giorni prima del sacerdote Bartolomeo Mosgan, instancabile compagno del Provicario Knoblecher e di Angelo Vinco nei viaggi e nelle fatiche apostoliche. Qualche giorno dopo il nostro arrivo, Isidoro Zili dovette ritornare a Chartùm colla stessa barca che lo avea condotto in Santa-Croce, molestato dalla febbre che ogni dì veniva a visitarlo. — E Francesco Oliboni, uomo sanissimo e robustissimo, cadde ammalato d'infiammazione la mattina del 19 marzo, e subito sentì la gravità del suo male; disse che in pochi giorni avrebbe finita la sua mortale carriera; domandò tosto ed ottenne i conforti della religione, e poi tutto tranquillo, com'era suo costume anche nelle più amare vicende, non faceva che parlare della Missione, che incoraggiare noi fratelli, che ci mostravamo abbattuti, a tener fermo; promise che giunto in paradiso avrebbe pregato per tutti. Noi piangevamo curvati a canto del suo giaciglio, e lo assistavamo col cuore pieno d'amore. Ciascuno voleva rendergli qualche segno d'affetto, di che egli era stato prodigo con tutti. Io appena trovavo il fiato di raccomandargli l'anima a Dio, e a momenti sentivo mancarmi il cuore, e provavo una specie di vertigine. La mia voce penetrava senza dubbio nell'orecchio del moribondo, perchè egli scoteva di tanto in tanto dolcemente la testa con un sorriso, e ripeteva i cari nomi di Gesù e di Maria. Gli davo di quando in quando a baciare il Crocifisso; ed allora il suo sguardo, vago dapprima e come smarrito, diveniva fisso e brillante, e tutto il suo volto s'illuminava d'ineffabile gioia; e congiungeva le gelide mani, e mi pareva gli si riempissero gli occhi di lagrime e volesse dire: questo bacio mi ravviva e mi fa bene al cuore.... muoio contento.... benedici al Signore, o anima mia! — L'ultimo giorno della sua vita, che fu il 26 marzo, poche ore prima di morire mi guardò, mi strinse la mano e disse con voce soffocata e appena intelligibile: «scrivendo in Europa salutami i miei.... teneramente.... il Superiore.... gli amici.... chi... chi... ci toglierà mai l'amore di Cristo?» Quindi una subita prostrazione lo invase, i suoi occhi si chiusero, e il suo volto prese quella sublime espressione che precede gli ultimi momenti: il suo respiro divenne lento e penoso; il largo petto gli si sollevava ed abbassava con forza; io gli diedi a baciare ancora una volta il Crocifisso; lo chiamai.... ma egli non m'udì.
Un solenne e glorioso sorriso illuminò il suo volto.... indi mise un sospiro e passò dalla mortale alla vita eterna.
— Addio, caro amico e fratello, le porte del paradiso ti si son chiuse dietro, e noi non vedremo più il dolce tuo volto! Sventurati coloro che dopo averti veduto entrare in cielo, si ritroveranno nella fredda e cupa atmosfera della vita, che tu hai lasciata per sempre!
Parte della notte e del dì seguente io m'ingegnai al meglio di fare una cassa per collocarvi la salma dell'estinto. Dopo ventiquattr'ore fu portato nella chiesuola della Missione, ove compiute le cerimonie religiose, venne poi seppellito a poca distanza presso la tomba di Bartolomeo Mosgan sur un piccolo rialto sabbioso, ombreggiato da poche piante, e circondato da una siepe di secchi pruni. Quel luogo sacro ai due estinti era segnato da due croci di legno, che si vedevano sempre stando nelle povere nostre capanne, e sulle quali era scritto: «Io sono la resurrezione e la vita; chi crede in me, sebbene morto, vivrà.»