Anch'io dovetti pagare il mio tributo al charìf, passato in Santa-Croce; ma fortunatamente lo pagai sempre solo la notte con dolori insoffribili di denti, con qualche febbre da leone, con accessi di delirio e con sogni così stravaganti e paurosi, da non farsene un'idea. Fra i tanti che ricordo ne debbo io raccontar uno, che spaventò il povero mio compagno Melotto il quale dormiva nella stessa capanna, e che mi costò quasi la frattura di una gamba...

Una sera, tornato dalla caccia, mi coricai sul mio angarèb[30] più presto del solito, perchè non mi sentivo bene.

— Che cosa ha don Giovanni? chiese con premura il mio compagno ch'era ammalato da alcuni giorni.

— Mi sento stanco, io risposi: ho il polso piuttosto frequente, la pelle liscia e molto calda.... temo di avere un po' di febbre; ma spero di scuoterla stanotte; l'ho scossa ancora, provocando il sudore.... e così dicendo m'accomodavo il zanzariere intorno all'angarèb.

— Per carità! don Giovanni, che non ammali.... che cosa sarebbe allora di noi?...

— Speriamo che no, io soggiunsi; e quindi mi rinvolsi ben bene in una coperta di lana, e dopo cinque minuti fui addormentato.

Nel cuor della notte, mi trovai in un'oscura foresta, seduto sur una pietra di un profondo torrente; e stanco, sudato, ansante stavo aspettando qualcheduno, che non comparve. — Io sono perduto! sclamai — A stento potei accendere un lanternino che avevo meco, e levandomi da sedere vagai più di mezz'ora per quel torrente pieno di spine, scontorto, ristretto e precipitoso. Oh Dio! non mi si presentano che seni, sporgimenti, anfratti, che nella mia fantasia sconvolta pigliano forme cotanto strane, che m'agghiacciano il sangue nelle vene, e mi tolgono il respiro. Qui parmi di vedere mostri di belve frementi, là scheletri arruginiti. Frattanto s'ode il bramito di cento bestie feroci; il vento sbuffa terribilmente, e rotto dai grossi rami degli alberi della foresta manda orribili fischi, quasi gemiti lamentosi e lugubri; e di quando in quando que' gemiti sembrano cangiarsi in grida acute. — Queste grida, dicevo fra me, possono esser prese facilmente, dalle orecchie credule e superstiziose, per grida di orrore e di disperazione; ma io so che altro non sono che gli effetti strani che produce il vento.

Tutto d'un tratto mi s'affacciò una via lunga e stretta, fiancheggiata da giganteschi tamarindi. Io presi quella via, e dopo circa un quarto d'ora di cammino, eccomi giunto ad un vecchio castello. Il portone che metteva in esso era spalancato. Io mi sentii lavorar la fantasia entrando, fra quelle tenebre e quel silenzio, in quella solitaria drammatica dimora. Ma la stanchezza e il bisogno di riposarmi vinsero la paura; tirai avanti, dopo d'aver chiusa la gran porta con due catenacci di ferro; e salito per lo scalone, che ripercoteva il rumore de' miei passi, traversai alcune sale misteriose, e mi trovai nel centro ov'era una gran camera con un letticiuolo in un angolo della stessa. Chiusi accuratamente la porta, ne tolsi la chiave, mi posi a letto, e considerando che le apparizioni, le streghe ed i folletti non entravano nel mio credo, mi pareva di poter calcolare su una nottata tranquilla, senza che occorresse prendere nessun'altra precauzione; e soffiato sul moccolo del lanternino, e spentolo, dopo qualche minuto m'addormii. — Il mio sonno però fu breve. — Mi svegliai impaurito. — Parvemi sentire un andare e un venir a pesta leggiera, fuori della porta della mia stanza. — M'alzai a sedere sul letto e tesi l'orecchio, dicendo tra me: che diamine succede! — Ma, io sono al sicuro;... e riprendo l'interrotto sonno, poichè ero molto stanco. Di nuovo mi scossi, risvegliato da un aspro fragore di ferri e da un rumore confuso di grida e di gemiti; insomma ero certo che qualche cosa avveniva nel castello. Quando, tre volte io sento pùm! pùm! pùm! sulla porta della mia stanza; ed io domanda atterrito: chi v'ha là! — Nessuno risponde. — Dopo qualche minuto si ripetono le tre battute; ed io chieggo a bassa voce, perchè mi mancava il fiato: che cosa volete? — Nessuno risponde. — Si ritorna a picchiare; e questa volta non potei cavar parola, nè fare il menomo movimento. — Udii una voce femminile, che disse: levati presto, ed apri questa porta, altrimenti io passerò dal foro della serratura. A quella voce fui compreso da un sentimento d'orrore indescrivibile e dallo spavento di qualche terribile cosa. — Di lì a poco dal buco della serratura uscì fuori un moscone — me n'accorsi dal ronzìo — e fece tre o quattro volte il giro di tutta la camera, e poi s'arrestò in mezzo ad essa. — Quando, sentii il fruscìo delle vesti di qualcuno che si moveva verso il mio letto e fremetti; vidi allora, sebbene fosse spento il lume, colle luci dello spirito una figura di donna, vecchia, brutta come un demone, vestita d'un costume il più strano, la quale a poco a poco s'avvicinava a me, colle mani alzate, colla bocca aperta, e cogli occhi spalancati. Io non potevo reggere a quella vista, e mi coprii il capo col lenzuolo; ma il lenzuolo era trasparente, e mio malgrado vedevo sempre più da presso quello spettro infernale. — Curvai la gamba diritta, per esser pronto in ogni caso a spingerlo lontano; e quando una punta d'acciaio mi fu posta al fianco per trapanarlo, e una fredda mano toccò la mia, emisi un ruggito, e scagliando un colpo di piede contro a quella vanità che mi parea persona, mi svegliai coperto d'un gelido sudore. Ma la gamba invece aveva colpito sì fortemente l'orlo dell'angarèb, che subito la credetti fratturata.

— Od Dio! gridò allora il mio compagno, don Giovanni! don Giovanni!! don Giovanni!!!

— Nulla, nulla, io risposi; ho sognato; e gli raccontai il sogno.