Ora, col mezzo dei giovinetti della Missione, io potei anche registrare con precisione le tribù che parlano il dénka nella vallata superiore del fiume Bianco, e notarne i costumi, perchè essi appartenevano o all'una o all'altra di quelle tribù.
Finalmente nella stazione di Santa-Croce noi fummo occupati ogni giorno nell'istruire i giovinetti e le giovinette, dei quali quattro furono i battezzati, oltre ad un bambino appena nato, la cui madre mi chiamò a visitarlo perchè era morente. Io lo battezzai e poco dopo spirò.
La caccia nel paese dei Negri dénka è una delle distrazioni più dilettevoli che l'Europeo possa desiderare. — Questa è una guerra che l'uomo fece, quasi sempre vincendo, agli animali per difendersi dalla loro rabbia, per cibarsi delle loro carni, o per coprirsi delle loro spoglie. Io, a dir vero, mi dilettavo solo di quest'arte per avere di che nutrir me e i miei compagni, ch'erano ammalati, e me ne andavo ogni altro dì, due o tre ore avanti sera, accompagnato il più delle volte da alcuni Negri, che mi facevano da cani da caccia, ed entravano poi a parte della mia preda. Mai, ch'io mi sia tornato a casa a mani vuote.
La selvaggina è frequentissima in queste regioni. Vi si trovano tortorelle, francolini, galline faraone, anitre, oche selvatiche ecc. ecc. in una quantità così sterminata, che senza il merito d'essere valenti nell'arte del cacciare, si possono uccidere in un'ora dalle dodici alle quindici tortorelle, o dai quattro ai cinque francolini, o dalle sei alle sette galline faraone, o dalle tre alle quattro anitre, od almeno due oche selvatiche, a scelta del cacciatore; e ciò dico per esperienza. Quanto poi a' piccoli augelli, questi si levano a nuvole sotto gli occhi sì che si possono colpire colla clava. Mi ricordo d'averne uccisi con un sol tiro di fucile, caricato appositamente, dai settanta agli ottanta, senza contar quelli che si saranno perduti in mezzo all'erbe.
L'Europeo che si trova in queste regioni si crede come trasportato ad un'età in cui l'umana specie, per così dire nascente, vedesi circondata da ogni parte, e quasi assediata da una moltitudine innumerevole di forze incognite, nemiche, orride e terribili. La superficie della terra è qui ancora come una vasta arena, dove l'uomo è in mezzo ai muggiti, ai rugghi, agli urli, ai sibili, ai fremiti d'ogni sorta di animali. Egli non potrebbe uscire di notte dalla propria abitazione senza affrontare da vicino la morte. A lui s'avventerebbero sitibondi di sangue i leoni, le tigri, i leopardi, le pantere, e tacitamente strisciando lo minaccerebbero del loro veleno gli insidiosi serpenti. E veramente fa meraviglia che i Negri dénka, in un paese dove una natura così feconda produce e porge asilo a mostri cotanto formidabili, non dispieghino una maggiore potenza contro di essi. È vero che i Dénka danno la caccia all'ippopotamo, all'elefante, al coccodrillo; ma non osano sfidare gli animali feroci della foresta.
E sì che l'uomo, munito d'intelligenza e di non so quale istinto che genera in lui l'amore della gloria, l'entusiasmo dell'eroismo e del sacrifizio, ha assalito coraggiosamente altra volta le tigri, i leoni, i leopardi e le pantere, che dovettero mordere la polvere dinanzi a lui e rintanarsi dentro inacessibili nascondigli. Così è, tra le mani dell'uomo, in apparenza sì delicate e impotenti, tutto s'è trasformato come per incanto, tutto s'è accomodato a' suoi bisogni, ed ha obbedito a' suoi desideri. Il legno, il ferro, la pietra, l'aria, l'acqua, il fuoco, tutto insomma è diventato arma irresistibile o insidia inevitabile. E la terra ha riconosciuto l'uomo per suo re, e gli animali bruti lo temono come un Dio. Ciò avvenne in Europa, ove nei tempi più remoti la caccia fu uno dei primi doveri d'ogni uomo sano e forte; e perciò i grandi cacciatori furono per lunga pezza gli eroi più onorati, i semidei per eccellenza. Che se parliamo dell'Oriente, chi non sa che l'uomo vi spiegò più che altrove la sua potenza contro gli animali feroci?
I poemi indiani sono ricchi di descrizioni di caccie, fatte in un linguaggio che non teme il confronto della poesia europea; e io credo di far cosa grata al lettore ponendogli qui sott'occhio il presente estratto del Mahabharata.
«Il giovine re, dotato di coraggio eroico, destro del pari e nel cavalcare un destriero focoso, e nel domare un elefante furibondo, sempre vincitore, o ch'egli adoperasse la lancia o la mazza, o che maneggiasse la scimitarra o l'arco, simile di maestà al capo degli Immortali, di splendore al Dio potente della luce, era l'amore e l'ammirazione del popolo. Un giorno accompagnato da immenso esercito composto di fanti, di cavalli, di elefanti e di carri, volle recarsi a una vasta e densa foresta per darsi ai piaceri della caccia. Mentre avanzavasi in mezzo alle acclamazioni de' guerrieri, agli acuti suoni della conca e della tromba confusi col rumore de' carri, col nitrire de' cavalli, e coi gridi selvaggi degli elefanti, una folla di donne desiose di vedere il giovine eroe in tutta la pompa della sua grandezza, si precipita sui terrazzi delle case presso cui dee passare: — Ecco l'intrepido Vasù, gridano trasportate dalla gioia: è desso! è desso! — Indra, armato de' suoi folgori, s'avanzerebbe con meno splendore! e mille mani leggiadre gli gettavano a gara nembi di fiori sul capo, mentre virtuosi bramini tendendo le braccia al cielo pregavano al monarca i favori di Brahma. — Numeroso corteggio di cittadini d'ogni condizione segue vogliosamente insino alla foresta il diletto sovrano, che portato da un cocchio rapido quanto è nel suo volo Superna, la celeste cavalcatura di Vishnù, s'inselvò ben tosto in recessi impenetrabili alla luce, dove tutto inspirava un terror sacro, soggiorno squallido abbandonato dall'uomo, nè da altri abitato che dal selvaggio elefante, dalla tigre e da altre bestie feroci, che incessantemente contristavano le aure coi loro tremendi ruggiti. Snidati dalle loro tane s'avventano essi rabbiosi sui cacciatori accaloriti nell'inseguirli; e a questi è mestieri di tutta la loro destrezza e vigoria per farsi padroni di una sì terribile preda. Dusmanta è primo a porgere esempio d'intrepidezza e d'audacia, e tigri furibonde cadono atterrate dalla sua mazza, o ferite dalle sue frecce. Da tutte le parti sbucano leoni ed elefanti, e coperti di schiuma e di sudore si recano a torme presso le acque per ispegnervi il fuoco che li divora; ma i più cadono rifiniti sulle rive degli stagni, e muoiono mandando orribili ruggiti. Altri, disperati, ricalcano le loro orme, si avventano furibondi sugli imprudenti nemici, e pestandoli colle zampe e avvinghiandoli colle enormi proboscidi, ne fanno una terribile vendetta. Così la foresta poc'anzi tanto romorosa, altro non presenta oramai che un campo funesto di strage, sacro al silenzio, ingombro di cadaveri, allagato di sangue, e sparso di tronchi di lance spezzate, di mazze, di archi, di frecce e di schegge d'armi d'ogni sorta. Intanto i cacciatori stimolati dal potente bisogno della fame riducono a pezzi molti cervi ed altri animali selvaggi, che sottrattisi dal dente micidiale delle fiere, erano caduti anch'essi sotto i loro colpi; ne arrostiscono le carni sminuzzate sopra una brace ardente, se ne satollano, e dànnosi per qualche ora al riposo.» (Framm. del Mahabharata, trad. in francese da Chezy).
Povero Sudàn! poveri Dénka! quanto siete lontani dall'imitare un simile eroismo di quasi quattro mille anni sono, e dall'aver trasformate le vostre foreste in sacri campi di silenzio e di gloriose memorie!... Presso voi gli animali bruti delle boscaglie ne sono ancora gli assoluti padroni!