Qualche volta però, se è lo sposalizio solenne di un Capo, trovasi legato presso la sua capanna un montone (gñón amàl) inghirlandato d'erbe e di fiori, sul quale monta a cavallo prima la sposa e poi lo sposo, quindi ad uno ad uno tutti quelli della comitiva; e finalmente lo Tièt (sacerdote e medico), tenendo in corda il montone, lo fa girare più volte intorno alla capanna dello sposo, e poi lo lascia andar nella foresta per esservi divorato la notte dalle bestie feroci; e tutto questo perchè il Genio malo tenga lontano ogni disgrazia dalla novella famiglia.

I doveri della donna fatta sposa consistono principalmente nel coltivare il terreno che circonda la capanna, provvedere, occorrendo, e preparare i pasti cotidiani, ungere il corpo del marito, e raddolcirgli le amarezze della vita co' suoi canti e colle sue smorfie.

Il canto fra i Dénka è assai monotono, e la voce de' cantori e delle cantatrici piagnolosa, per non dire gemebonda, e d'un suono decisamente nasale.

Tutte le tribù dénka ch'io ho visitato amano la danza, ma non così come i popoli della montagna.

Esse non hanno alcun amore per le arti, mentre questo è istintivo in altre tribù poste più al sud.

Nessuno fra i Dénka può dirsi che abbia un vero concetto religioso: nondimeno essi hanno nella loro lingua non una, ma due parole per indicare l'Essere Supremo, cioè Dèn-did — pioggia-grande o Ġáran. Inoltre essi usano in modo costante, per designare l'atto d'adorazione dai Missionari praticato, la voce a-ciòr; ed hanno i verbi ciòr e làm, che esprimono pregare Iddio; mentre il verbo vtiég significa pregare gli uomini. Di più, nel mio lavoro, il Sènnaar e lo Sciangàllah, ho detto quale idea essi abbiano di Dio, della creazione e di una vita futura. (Vedi vol. I, pag. 240-242). E qui faccio pure osservare che del verbo to-essere, usato nel tempo passato colla forma Tòu, i Dénka, parlando di Dio, esprimono sempre la forma presente, ancorchè vogliano significare un'esistenza relativamente a noi passata; per es: Dio è sempre stato e sempre sarà, traducono — Dèn-did a-to tin akorièg ko a-to tin akoriég — Dio è sempre ed è sempre. Abbiamo anche veduto con quali frasi tutte le tribù dénka, le quali abitano lungo il fiume Bianco dal 6º al 12º grado lat. N., chiamino le stagioni, in cui l'anno è diviso, e qual profondo significato esse racchiudano. Aggiungo ancora che la lingua dei Dénka ha locuzioni per formare le idee astratte[32].

Dalle quali cose io deduco che se l'intelligenza dei Negri dénka è ora evidentemente inferiore a quella dei Bianchi, tale inferiorità non è necessaria e senza rimedio, ma è un risultato dell'azione combinata di molte circostanze le più sfavorevoli allo sviluppo dell'intelligenza dell'uomo; ed io credo che l'azione energica di queste circostanze, prolungata da secoli, abbia potuto alterare presso questi Negri, come presso altri, un tipo primitivo più nobile, imprimendo sopra la loro fisonomia, riflesso della loro anima, la prova materiale della loro morale degradazione. Se io quindi esamino le istituzioni e la maniera di vivere di questi Negri, sono indotto, confrontandoli agli antichi Germani, ai Galli, ai Bretoni, che non erano meno barbari, a conchiudere ch'essi possono essere civilizzati, come lo furono quelli, nel volgere di alcuni secoli.

Tutti i Dénka ammettono due principii indipendenti; l'uno buono, ch'essi chiamano Dèn-did (pioggia grande) o Ġáran; e l'altro cattivo, che appellano Giòn-did (angelo grande o gran demonio), e dicono che da questi due principii emanarono gli spiriti buoni (giòk a-puat) e gli spiriti cattivi (giòk-à-rag); credono inoltre che i loro Tit (sacerdoti) conversino spesso col gran demonio e coi suoi spiriti subalterni e se la intendano con loro. Siccome poi dal Giòn-did procede ogni male, così essi procurano di placarlo coi sacrifici, s'egli è adirato contro gli uomini; nè si prendono alcun pensiero di pregare Dèn-did o Ġáran perchè li protegga, li difenda o gli aiuti, mentre Egli è sommamente buono, com'essi dicono, e quindi non può fare che il bene. La credenza negli spiriti maligni è generale in tutta l'Africa Interna.

Presso i Dénka la foresta è la dimora di tutti gli spiriti maligni, che cospirano contro gli uomini; e nello stormir del fogliame par loro d'intendere misteriosi dialoghi.

«La superstizione, figlia della terra dove si produce, vi germoglia come i fiori dei campi, ed è intimamente legata al luogo che la vide nascere. Gli abitanti del nord sotto il loro cielo di piombo popolarono tutte le caverne, tutte le rovine di spettri irritati e vendicativi. Qui poi la selva impenetrabile, co' suoi nembi di gufi e di pipistrelli, è riguardata come l'abitazione dei genii malefici, mentre gli Orientali, che abitano un paese brullo, esposto a tutto l'ardore d'un sole fiammeggiante, temono soprattutto il mal occhio.