Il carattere insomma della superstizione dipende dalla natura dei luoghi, e diventa, a così dire, un problema geografico.»
Come in tutta l'Africa, così fra i Dénka non mancano i buffoni, che fan professione di provocare altrui al riso con motti, lazzi ed atti stranissimi. Uno di questi, piccolo e grassoccio, con un naso singolarissimo che faceva ridere a vederlo, con una pelle ruvida, agilissimo ne' suoi movimenti, un uomo insomma che nessuno avrebbe riconosciuto della razza dei Dénka, i quali, come già dissi, sono piuttosto lunghi e magri ed hanno una pelle liscia e delicata, veniva a visitarmi quasi ogni giorno, e qualche volta, convien che lo dica, disturbava la mia quiete, mentre più spesso mi faceva passare la malinconia e mi teneva allegro. Egli faceva dei salti e delle capriole così agili, da produrre, colle sue quattro membra volteggianti, l'effetto delle ale d'un mulino a vento. Coperto dai piedi alla testa di ciocche di foglie e di code di diversi animali, era così comico da non poter figurarselo. I suoi frizzi e le sue burle parevano inesauribili: tutto gli era permesso, e bisognava lasciar fare perchè non facesse di peggio; si avvicinava a me, stendendomi la mano, e mentre io stavo per prenderla, spiccava un salto indietro come un daino, balzando lontano. Talora mi faceva capire che aveva fame, voleva da mangiare, e si doveva accontentarlo; tal'altra si metteva a cantare, e non la finiva più con quella voce che mi produceva l'effetto d'un babbuino che grugnisce. — Una mattina, in cui ero molto occupato nello studio del dénka, venne accompagnato da una truppa di giovinetti e di giovinette, e si pose davanti alla porta della mia capanna, e dopo alcuni gesti burleschi, intonò la sua voce e prese la parola. Il discorso fu per me inintelligibile; ei si ripigliava spesso, soffermandosi a certe frasi per lasciar tempo ai circostanti d'applaudire; allora da tutte le bocche di que' giovinetti uscivano degli Ih, ih! e degli à-puat, à-puat! — bene, bene! e il baccano diveniva infernale. A momenti, come per istimolar gli applausi, il buffone proferiva un brrr di tal potenza da far vibrare il tetto della mia capanna, e da costringere a ritirarsi i lucertoloni che facevan capolino dalle fessure di essa. — Io non ne potevo più, e li cacciai via tutti colle parole d'uso tig-kè-kòu — voltatemi (mostratemi) il tergo, esprimendone il senso con un movimento un po' brusco della mano. Il buffone e i giovanetti s'allontanarono per poco; ma tosto ritornarono; e il buffone quatto quatto entrò nella capanna senza aprir bocca, prese un mio farsetto che vide appeso ad una corda, e nudo com'era, se l'indossò; avvicinatosi poi a me con un tuono imperioso mi disse: Tig-è-kòu — voltami (mostrami) il tergo, scimmiottando così quanto io avevo fatto dapprima con lui, e mi cacciò fuori della capanna. — Addio dénka per quest'oggi! io sclamai, e con gran soddisfazione de' giovinetti che mi circondavano, non potei trattenere uno scroscio di risa.
La fede nella potenza del caso o del destino domina fra i Dénka come presso molte altre tribù dell'Africa. Questi Negri credono che gli avvenimenti non dipendano dalla loro volontà, ma da una forza occulta che dirige ogni cosa, e che bisogna rendersi favorevole. Da ciò ne vengono i sacrifici, che fanno di quando in quando al Genio malo, onde allontanare i maleficî e gli avversi destini.
Nell'abbrutimento meraviglioso, in cui essi vivono, non hanno tuttavia smarrita ogni traccia di legge morale. Rispettano soprattutto la donna e la roba altrui, e i trasgressori vengono puniti severamente. Io vidi un giovane a cui fu tagliata la mano, perchè aveva rubato due braccialetti di rame e alcune perline di vetro. E un uomo sui trent'anni, che osò scherzare licenziosamente con una donna che non gli apparteneva, fu battuto quasi a morte e poi scacciato dalla tribù.
Durante la mia dimora nella tribù dei Kìc, dopo le funzioni del mio ministero, m'occupavo principalmente nello studio della lingua del paese, senza la quale è impossibile adempiervi a dovere la propria missione. Oltre a che mi trovai nella necessità, insieme co' miei compagni, di esercitare i mestieri del cuciniere, del fornajo, del cacciatore, del falegname, del lavandajo, del sarto ecc. ecc.
Prima di chiudere questo capitolo voglio trascrivere un dialogo ch'io tenni con un Negro dénka intorno alla schiavitù ed al diritto di punizione.
— Senti, io gli chiedevo un giorno, quanti saranno, press'a poco, tra uomini e donne, quelli che vengono rapiti a questa tua tribù dagli Arabi, dai mercanti e dai dongolèsi nel corso di un anno?
— Io non saprei dirtelo con precisione, ma certo non meno di quindici o venti, quasi tutti giovani, poichè si possono vendere a più caro prezzo.
— Che cosa ne dici della schiavitù?