— Soffri molto?

— Sì.

— Da non poter più resistere?

— Sì.

— E di che, Aldo?

Parlavano sommessi, smorti, come due feriti nella stessa barella i quali s'interroghino a vicenda sul loro patire mescolando il nero sangue che cola dalle ferite ch'essi non sanno.

— Di che? — ripeté Vana con la voce strozzata da una commozione nuova, che le prendeva, le infime radici dell'essere e tuttavia non si rivelava alla sua coscienza.

Egli allentò le braccia, le lasciò cadere; si distaccò da lei, si ritrasse, con uno sgomento che gli mozzava il respiro. E si guardò intorno come per accertarsi che la cosa mostruosa non era uscita da lui; perché egli l'aveva sentita a un tratto esternata, vivente, palpitante, con un fiato, con un calore, con un odore.

— Di che? — ripeté Vana per la terza volta.

— Ah, non dimandare. Non ti vale sapere di me. Ma tu? ma tu?