— Non parli. Ah s'io potessi vendicarti!

Una collera sorda lo strinse. «Perché dei due compagni la sorte ha abbattuto quello inoffensivo? Perché non ha spezzata la schiena all'altro?» L'imagine maschia lo urtò nel mezzo del petto come quando là, sul poggiuolo in vista della palude mantovana, egli aveva veduto tra i denti forti il filo di sangue. Risospinse la sorella, si levò; camminò per la stanza portando un viluppo enorme di mostri sul passo elastico dei suoi piedi nudi nei sandali di sparto. S'appressò al davanzale, si sporse, bevve la frescura, l'ombra violetta, il profumo della magnolia.

Nella valle biancheggiavano le crete lunari come un'adunazione di mausolei; laggiù, perfidamente luccicava la Cécina serpigna; laggiù laggiù, fra Montescudaio e Guardistallo, il suol marino era una profondità eterea come la dimora dei Mani.

Dov'erano gli amanti, nella notte d'estate? Sul mare? su una terrazza bianca ornata di oleandri? coricati nel bosco su un rosso letto d'aghi di pino?

S'inebriavano di musica. Esaltavano la passione disperata nella vertigine sonora. Trascorsero i pomeriggi, le sere, le notti nei colloquii degli strumenti, nei soliloquii del canto, nei concerti a quattro mani, seduti dinanzi alla tastiera, col gomito presso il gomito, con la gota presso la gota, intenti alla duplice pagina, nel volgerla incontrandosi con le dita febrili, sentendola vivere d'una vita arida ed elettrica come quella carta lignea che nei giorni secchi uscendo tesa di sotto i cilindri delle cartiere scoppietta di scintille.

La sala non era nel palagio edificato da Gherardo Silvani, ma nella parte vecchia, in quella delle bugne e delle bifore: vasta, parata di damasco, con alte portiere, con altissime tende, con una volta a botte ove il michelangiolesco Daniele da Volterra aveva dipinto una storia grandiosa dell'Antico Testamento. Un braccio piegato del Leccione giungeva a una delle finestre; e appariva pel vano il tronco titanico. Due soli quadri pendevano dalle pareti a riscontro, insigni: il ritratto di Fedra Inghirami, opera purpurea del Sanzio, e la Deposizione di quel Rosso fiorentino che il Vasari dice «bonissimo musico», «ricco d'animo e di grandezza».

Il luogo era fatto pel grido lirico e per la meditazione appassionata. V'entrava la luce della foresta e del giardino. La massa cupa del lungo pianoforte orizontale vi riluceva polita come un'arca costrutta col marmo notturno della Palmària. Quando Aldo sollevava il coperchio, vedeva due mani esangui escire dal buio; ed erano le sue proprie mani riflesse dall'ebano come da un nero specchio.

Vana gli stava al fianco alzata, per cantare, nella sua attitudine immutabile come quella d'una statua, con le dita intessute dietro il dorso, con il peso del corpo su la gamba destra, con la sinistra un poco innanzi, piegato lievemente il ginocchio, protratta oltre l'orlo della gonna la punta del piede mosso a quando a quando dall'urto ritmico. Ella gettava le grandi note rovesciando indietro il capo; e per un attimo i suoi lineamenti sembravano sparire come sotto una vampa che li cancellasse. Ella si consumava nel canto come se accendesse di sé un rogo per ogni canzone. Talvolta, quando terminava rimanendo fissa, pareva che nel silenzio musicale si formasse su la sua persona quella falda di cenere onde si coprono i tizzi tratti dal focolare.

— Ripetiamo ancóra questo! — pregava Aldo, insaziato di gaudio e di strazio.

Era il sospiro d'un'arietta, era il gorgheggio d'una di quelle antiche villanelle italiane che sembrano accompagnare il Cupìdo sbracato che danza su le serpi o la Grazia discinta che compone la ghirlanda con le mani trafitte. Era un arioso, era un lamento, una monodìa di Cristoforo Gluck, simile a una pura nudità dolorante nel suo proprio fulgore. Era una confessione improvvisa di Roberto Schumann in un rotto singhiozzo, in un grido irrevocabile, con una bocca severa, con uno sguardo forsennato.