E uscì trattenendo il respiro, col viso atteggiato a una sollecitudine e a una inquietudine materne, sotto la sua chioma d'angelo magnifico.

Le Balze erano piene di luce e d'ombra, percosse dal sole occidente; e la luce era gialla come se percotesse nell'ocra, e la sua ombra era quasi fulva. Il colore del deserto e del leone colorava in quell'ora il primo cerchio che cinghia l'abisso; ma il cerchio secondo era cinerognolo e grommato d'una muffa verdastra, il terzo era livido e sbavato di colaticci. Giù per gli scheggioni per le rosure per le grotte s'ingolfava il vento, e riempiva di compianto tutta la rovina. Sul cupo tumulto delle sue favelle i falchi gittavano le strida acute roteando.

— È orribile — disse Aldo.

— Ti fa paura? — chiese la sorella.

Un fàscino rapinoso pareva turbinare intorno alla fossa in arco torta, una specie di perpetua bufera avvolgente come quella che mena la schiera ov'è Dido. Nessun piede umano si sentiva fermo su la proda, nessun'anima si sentiva diritta. La vertigine vuotava le tempie ai più intrepidi.

— Mi fa orrore — rispose l'adolescente. — Quando penso alle Balze, mi sembra che non vi sia in terra solitudine più sola. Quando le guardo e le ascolto, sento che qualcuno le abita, non so quale vita avviluppata e aspettante. Se io cadessi, credi tu che il mio corpo sarebbe ricevuto dalla creta e dal sabbione? Chi ha mai guardato veramente sino al fondo? La pupilla non resiste.

— Perché forse nel fondo c'è una luce allucinante.

— Credi?

— Voglio guardare.

— Non così. Vana! Così è impossibile.