Una larva smorticcia era apparita su la soglia, venuta dal fondo d'un muro cieco, dal fondo dell'opaco silenzio, come una di quelle figure estinte che l'intonaco ancor serrava presso il grande cavallo bianco.

— Viviano, salutate — disse la mite Attinia ch'era indietro riguardosa.

La larva fece un gesto vago, si scoperse il capo. S'avanzò. Non era un uomo, era un sorriso, era come un sorriso in una pietra. Da quale recesso dell'ombra veniva egli? che aveva veduto? che aveva ascoltato? quale suono era per uscire dalle sue labbra scolpite come quelle dei vecchi idoli dipinti che sorridono all'inconoscibile in eterno?

Vana e Aldo, l'una presso l'altro, mentre egli s'avanzava, con un moto involontario si ritrassero. La finestra era dietro di loro; e gli stormi passavano come saettamenti disperati, come quelli che nel più lungo giorno avevano ferito il cielo di Vergilio.

— Viviano, che facevate qui solo solo? — disse la mite Attinia.

Il demente sorrideva. Il sorriso impietrava la sua bocca e impediva che la parola si formasse. Portava egli una specie di sacco grigio che gli giungeva alle ginocchia; aveva il colore della parete derelitta, sembrava una falda dell'intonaco scrostato; e la sua faccia glabra era come la lampada fioca della casa deserta.

— Non rispondete, Viviano?

Il sorriso tremolò appena, quasi fosse il riflesso lontanissimo d'un movimento avvenuto nell'infinito gorgo della vita. E Aldo, che riviveva in un ritorno spaventoso l'ora della sua perdizione, pensò a un tenue bagliore ch'egli aveva veduto tremolare laggiù, nella Reggia d'Isabella, su pel graticcio sfondato d'un palco, ed era il riverbero di chi sa quale acqua solitaria salito a traverso i vetri coperti di polvere e di ragne.

— Andiamo, Vana. È tardi — disse egli, sospingendo la sorella; perché riudiva dietro di sé lo stormo frenetico tornare come una forza ruinosa e strepitosa che fosse per trascinarlo seco un'altra volta.

Ma li seguiva pel chiostro il passo della larva, molle come di chi strascichi nella belletta. E si ritrovarono davanti a una porta socchiusa, donde alitava un odore amaro. Su l'architrave di pietra era scritto in lettere corrose: Domus mea. Vana spinse l'imposta, entrò.