— La casa mia! La casa mia! — ella disse avanzandosi fra le erbe amare, su le macerie sacre.
La vasta chiesa era smantellata, le mura erano pericolanti, tutti gli altari erano distrutti; i rocchi delle colonne erano abbattuti fra il pietrisco; altri erano ritti, e sopra vi riposavano i rudi capitelli dalle tre foglie e dai tre grappoli. Nell'abside dall'arco fatto di cunei neri e bianchi, nella sacrestia irta di rovi, qua e là nelle scaglie di scialbo rimaste su la panchina fulva, rosseggiavano vestigi di affreschi, simili a chiazze di sangue indelebile. Ogni imagine era vanita; soltanto il rosso persisteva come il testimonio d'un martirio insigne. E superstiti erano anche i due piedi trafitti del Crocifisso, accanto a una cupa tunica color di grumo. E la testa mozza di San Giusto, la testa quadra e barbata, lebbrosa di lichene, giaceva tra le céppite gialle.
— La casa mia!
E il sorriso del demente era là, era il sorriso d'una pietra, era il sorriso di tutte quelle pietre che o prima o poi dovevano finire inghiottite dalla voragine, dovevano rotolare in fondo ai botri, trovare laggiù l'ultima pace, riseppellirsi nella terra.
— Addio, addio, Attinia!
Anch'ella, Vana, ora credeva di sorridere così; credeva di sentirsi suggellare nei muscoli della faccia quella medesima contrattura infinita. Due o tre volte fece con la mano su la bocca il gesto di chi scaccia, di chi cancella.
— Dove vai? dove vuoi andare? Non correre! — pregava Aldo seguendola perdutamente nel sibilo della ràffica.
Discesero per la china; rividero il ciglio erboso di sotto il muro, gli elci nani simili ai mendicanti monchi e storpii, il girone oscurato, la valle d'abisso; riudirono le voci alte e fioche, i sospiri, gli ululi, i guai. Ripresero la via verso la Guerruccia, a piedi. Avevano ordinato che la vettura li aspettasse presso la Porta Menseri.
— Ah, férmati. Vana! Sei ansante. Respira. Lasciami respirare. Che furore ti prende?
Il selvaggio masso di Mandringa dominava la via.