Ella glie la diede; perché un maleficio mutuo emanava da loro, indicibilmente, e le loro due vite si ricongiungevano e si confondevano annientandosi. Dall'uno passò all'altra il terrore. Il terrore, non la volontà, piegò le loro ginocchia. Con la mano nella mano, sentendo il sudor gelido tra palma e palma, restarono inginocchiati su l'arsa erba dell'orlo. La vita in entrambi palpitava come quelle fiammelle che il soffio iterato sembra rapire a ogni attimo e non ispegne.
Da quella proda, più che dall'altra di laggiù, la voragine era spaventevole. Dalla profonda erosione centrale si creava un golfo d'ombra ove un dirupo irto di croste e di schegge si protendeva a piombo, smisurato come la ruina prodotta dal tremor dell'Inferno nel punto dell'estremo sospiro di Cristo. Quivi era la fauce inestinta che aveva già inghiottito le case degli uomini e di Dio, i borghi i monasteri le basiliche, e gli ipogei e le mura delle antichissime genti, e i cipressi e gli elci dalle radici inespugnabili. Come grofi di sale, come gromme di tartaro, come coaguli di sangue, biancheggiavano rosseggiavano le crete e i tufi giù per le ripe e per le lacche. Era la riviera del bollor vermiglio quella che fumigava a valle della vecchia roccia? Quella che luceva tra le grotte allamate era la lorda pozza ove Dante vide fitti nel limo gli iracondi? I sospiri, i pianti, le strida si rinnovellavano.
— Fratello! Fratello! — gridò una voce disperata.
E Vana s'abbatté su la faccia, come se il vento la schiantasse.
Allora una repentina forza entrò nel giovinetto. Egli afferrò la sorella per la cintola, la sollevò, la trascinò indietro, ricadde con lei su gli sterpi.
— No, no, Vana! — le diceva, prendendole il capo, guardandola nella faccia sfigurata. — Non morire! Non morire! Io non voglio morire. Voglio patire, voglio lottare, voglio tentare. Non sei perduta, non sono perduto. La pazzia ci travolge. Resisteremo all'orribile fàscino. Ci siamo avvelenati. Guariremo. Qualcosa accadrà, qualcuno ci verrà incontro. No, no. Vana, piccola piccola sorella, ah per questo caro viso!
Egli le accarezzava i capelli le gote il mento con le dita tremanti, accosciato negli sterpi accanto a lei. E, mentre le sue dita si bagnavano, mentre la creatura estenuata gli singhiozzava presso il cuore, guardò la proda discosta, guardò la sterpaia costellata di fiori, la luna rosea sospesa su la collina di viola, il fuoco morente d'una nuvola sul colosso di San Giusto; e l'inconsapevole gioia della giovinezza respirò in lui dall'intimo. Egli viveva: dilatava i suoi polmoni sani nel suo petto, adunava nei suoi occhi la bellezza mutevole del mondo, risuscitava il sapore dell'acqua nella sua bocca che aveva turbato le donne alla fontana, celava nella sua anima l'arte di conciliare l'inconciliabile. Egli viveva, era incolume con tutti i suoi mali ma con tutte le sue armi. E conosceva il brivido dell'agonia e la potenza dell'abisso.
Si sollevò, aiutò la sorella a sollevarsi. Fu ancóra carezzevole, ché una tenerezza quasi voluttuosa gli gonfiava il cuore. Le asciugò le lacrime; le scosse dalle pieghe della gonna gli steli secchi e i frantumi della zolla.
— Ah, piccola cara, che sogno angoscioso abbiamo sognato! Sei tu? Sei Vanina? Sei la mia Morìccica? Dove sei stata? Di dove ritorniamo?
Ella aveva un viso di convalescente, una dolcezza sommessa e triste, simile a una creatura che si svegli dopo una lunga convulsione. Il dèmone era uscito da lei, l'aveva lasciata vuota di forze e immemore. Ella non si ricordava se non del sorriso di Viviano: le pareva che fosse ora in lei qualcosa di quel sorriso fatto di nulla e di tutto. S'abbandonava alla nuova tenerezza del fratello con un languore desolato.